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sabato 30 aprile 2016

La reliquia di Costantinopoli di Paolo Malaguti

Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli, Neri Pozza Editore, 2015.

Ringrazio Nicoletta de Matthaeis e Reliquiosamente  per la cortese collaborazione.

Mentre la città è stretta d'assedio Gregorio Eparco, un mercante greco, ed il suo socio, un ebreo veneziano, Malachia Bessan, intraprendono una frenetica caccia alle reliquie della Passione di Cristo che sarebbero state occultate durante l'occupazione latina e sostituite con delle copie.


Nel 1200 c.ca lo skeuophylakion della chiesa palatina della Vergine del Faro, Nicola Mesarites, stila questo elenco delle dieci più importanti reliquie della Passione conservate nella chiesa:
1. La corona di spine.
2. Un chiodo della crocefissione.
3. Il sudario di Cristo (il Mandylion di Edessa?).
4. I sandali di Cristo.
5. Un frammento della pietra tombale.
6. La tovaglia di lino (Lention) usata dal Cristo per asciugare i piedi degli apostoli dopo la Lavanda.
7. La sacra lancia.
8. Il manto di porpora che i soldati romani fecero indossare a Gesù.
9. La canna che posero nella sua mano destra a mò di scettro.
10. I ceppi con cui fu incatenato.

Il romanzo ipotizza che nel 1204 queste reliquie siano state nascoste in vari luoghi della città per sottrarle al sacco dei crociati nelle cui mani sarebbero finite soltanto delle copie. I due soci ne intraprendono la ricerca per porle in salvo dal Turco sulla scorta delle indicazioni criptate celate in un manoscritto, la Summa de reliquiis costantinopolitanis, scritto da un monaco francese, Guglielmo di Beyssac, ritiratosi nel Monastero di Chora nella seconda metà del XIV secolo.
Le reliquie sono però ridotte a nove, giacchè l'autore accredita la versione secondo la quale la vera sindone/mandylion sarebbe già stata portata in Occidente dal cavaliere crociato Ottone de la Roche dopo il sacco del 1204 (1). I nascondigli delle reliquie sono indicati da altrettanti indovinelli a ciascuno dei quali è accoppiata, come ulteriore indicazione, una sephirot della Cabala ebraica.

1. Chiodi della croce: Sub columna custoditur, reversus vultus adpsicit, infera atqua servat (è custodita sotto la colonna, il volto rovesciato la guarda, l'acqua infernale la conserva).

Si tratta della Basilica Cisterna, nei pressi della colonna il cui basamento è una testa di Gorgone rovesciata.
 

Grazie ad un importante ritrovamento avvenuto nel 1968, sappiamo con esattezza come erano i chiodi utilizzati per la crocefissione. A nord di Gerusalemme, a Giv’at ha-Mivtar, in un antico sepolcro fu rinvenuto, insieme ad altri resti, un chiodo conficcato in un osso di un calcagno destro appartenente a un uomo di nome Yehohanan ben Ha’Galqol di circa 25 anni, crocifisso fra il 6 ed il 65 d.C.
Il chiodo ha la punta spezzata, una lunghezza di 11,5 cm che può essere riportata ad un totale di 16 cm. e una sezione quadrangolare con un diametro massimo di 0,9 cm. Dal reperto si deduce che i piedi, e più precisamente le caviglie (non i tarsi), erano stati fissati alla croce inchiodandoli lateralmente con l’aiuto di un pezzetto di legno interposto per mantenerli fermi.

tratto da: N. de Matthaeis, Dove sono i veri chiodi di Cristo?

Nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, nella Cappella delle reliquie, viene da tempi immemorabili venerato un santo chiodo che sempre è stato ritenuto uno di quelli portati a Roma dall’imperatrice Elena dal suo pellegrinaggio in Terrasanta (326).
Ha una lunghezza di 11,5 cm ed un diametro, nel punto più largo, di 0,9, con sezione quadrangolare. Ne manca la punta, quindi doveva aver avuto originariamente una lunghezza di circa 16 cm. La capocchia non è originale e fu rifatta in epoca successiva. Però presenta le stesse caratteristiche, sia morfologiche che di grandezza, di quello scoperto a Giv’at ha-Mivtar.

Il chiodo descritto nell'inventario compilato da Nicola Mesarites potrebbe essere invece quello attualmente custodito nell'ospedale senese di Santa Maria della Scala oggi riconvertito in museo.
Presenta caratteristiche simili a quello di Roma, ma è abbastanza più sottile (asportazione di scheggie?). E’ lungo 15 cm, senza testa e ha la punta spezzata.
Fu acquistato a Costantinopoli, insieme ad altre reliquie, nel 1357, da un mercante veneziano, Pietro di Giunta Torregiani, che trattò probabilmente con l'imperatrice Elena Cantacuzena (moglie di Giovanni V e figlia di Giovanni VI Cantacuzeno). Nel 1359 lo donò (la compravendita di reliquie era proibita) al rettore dell'ospedale senese Andrea de Grazia, che intendeva fare della città una meta di pellegrinaggio, dove ancora si trova.
 
2. Corona di spine: In aqua et in argento, vox clamantis in deserto (nell'acqua e nell'argento, la voce di uno che grida nel deserto).
Vox clamantis in deserto è definito il Battista nei Vangeli di Marco (I, 1-3) e Giovanni (I, 22-23). La sephirot legata a questo indizio – la quarta, la Chesed – rimanda a virtù tipicamente materne (carità e amore per i figli) e quindi alla Vergine, la madre per eccellenza. L'acqua indica inoltre la presenza di una fonte miracolosa. L'unica monastero costantinopolitano dedicata alla Vergine che ospiti anche una fonte miracolosa - ancora oggi visibile nel monastero armeno (Sulu Manastir) che ne ha preso il posto - e che sia legato anche al Battista (vi era custodita la reliquia del suo braccio destro) e all'argento, fu fondato dall'imperatore Romano III Argiro (Αργυρος=argento), è quello della Vergine Peribleptos.
 
La corona di spine
Cattedrale di Notre Dame, Parigi

Francois de Mély suggerisce che la Corona di spine non venne portata a Bisanzio sino al 1063.
Nel 1238, Baldovino II, imperatore latino di Costantinopoli, ansioso di procurarsi dei fondi per la difesa del proprio impero, offrì la corona di spine a Luigi IX, re di Francia. L'oggetto però si trovava all'epoca nelle mani dei veneziani che l'avevano ricevuta a pegno di un forte prestito concesso all'imperatore (13.134 pezzi d'oro), ma Luigi IX pagò il prezzo richiesto e riscattò la reliquia facendo costruire per essa la Sainte-Chapelle (completata nel 1248) per accoglierla degnamente in Francia.

Luigi IX seguito dal fratello e da alcuni cortigiani trasporta la sacra reliquia
proveniente dalla cattedrale di S. Gatien (Tours)
Cloisters Museum, New York

La reliquia rimase in questa sede sino alla Rivoluzione francese quando, dopo essere stata ospitata per qualche tempo alla Bibliothèque nationale, e sulla base poi del Concordato del 1801, la chiesa poté tornarne in legale possesso, deponendola presso la cattedrale di Notre-Dame. La reliquia ancora oggi visibile consiste in un cerchio di vetro al cui interno si trova una corona intrecciata con juncus balticus avente un reliquiario separato per alcune spine rimosse nel tempo dalla corona.
 
 
3. La sacra Lancia: In tertio dono regum, ubi primum fuit donum Dei (Nel terzo dono dei re, dove per primo vi fu il dono di Dio).
Il terzo dono dei Re Magi, nella consueta scansione, è la mirra, quindi la chiesa non può che essere quella del Myrelaion (il posto della mirra) e il primo dono di Dio la tomba di Teodora, la moglie di Romano I Lecapeno che fu la prima ad esservi tumulata (922).

La lancia usata durante la Crocefissione per trafiggere il costato del Cristo ed accertarne la morte (Giovanni, XIX, 33-34) compare per la prima volta come reliquia nell'Itinerarium Antoninii (570 c.ca), in cui il pellegrino scrive di averla vista a Gerusalemme nella basilica sul monte Sion.
Secondo il Chronicon Paschale (una cronaca bizantina redatta nel VII sec.) nel 615, mentre l' armata sasanide di Cosroe II si avvicinava alla città santa, la sacra reliquia fu portata a Costantinopoli e riposta nella chiesa di Santa Sofia. La lancia compare inoltre nel catalogo compilato da Nicola Mesarites (vedi sopra) e la sua parte astile nel 1244 sarebbe stata ceduta da Baldovino II, ultimo imperatore latino di Costantinopoli, a Luigi IX di Francia. Riposta nella Sainte Chapelle, insieme alle altre reliquie raccolte dal re francese, sarebbe andata dispersa durante la Rivoluzione francese.
Nel 1492 il sultano ottomano Bayezid II donò a papa Innocenzo VIII, che deteneva il suo fratello minore Cem - pretendente al trono – usando la minaccia della sua liberazione come deterrente alle mire aggressive del sultano nei Balcani, quella che potrebbe essere la parte offensiva della lancia donata a re Luigi e che sarebbe rimasta fino a quel momento a Costantinopoli. Gli esami effettuati su questa reliquia, attualmente custodita nella cappella della Veronica in San Pietro e non accessibile al pubblico, ne mostrano la compatibilità con le lance utilizzate dai romani nel I secolo.
Nel XVII secolo, inoltre, papa Benedetto XIV fece realizzare un modello dell'asta allora conservata nella Sainte Chapelle e potè constatare che si adattava perfettamente alla parte offensiva della lancia di Roma.
La larghezza massima della parte offensiva della lancia (4,5 cm.) appare inoltre compatibile con la ferita laterale del Cristo impressa sulla sindone che mostra la stessa larghezza.
 
 
4. La coppa dell'Ultima Cena: In crypta sed non in crypta, sub martyrio cornus (nella cripta, ma non nella cripta, sotto il martirio del corno).
Nel 726, secondo le fonti di parte iconodula, l'imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di rimuovere un'icona religiosa raffigurante Cristo (probabilmente un mosaico) dalla porta bronzea (Chalkè) del palazzo imperiale, sostituendola con una croce, e scatenando la protesta di un gruppo di donne che culminò con l'uccisione del funzionario che era stato incaricato di rimuovere l'icona e con il martirio di Santa Teodosia che aveva guidato la sommossa popolare. Mentre le altre donne vennero decapitate, Teodosia fu infilzata con un corno d'ariete (il martirio del corno). La chiesa costantinopolitana ad essa dedicata ha inoltre la peculiarità di essere stata sopraelevata su un edificio preesistente che ne andò a costituire la cripta pur trovandosi a livello del piano stradale (nella cripta, ma non nella cripta).
L'unica fonte che colloca a Costantinopoli (da cui sarebbe stata trafugata dal vescovo di Troyes durante il saccheggio del 1204) la coppa (calice) utilizzata dal Cristo durante l'Ultima Cena per istituire l'Eucaristia - Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (Marco XIV, 23-24) – è però un romanzo tedesco del XIII secolo, lo Jüngere Titurel, completamento e continuazione del frammento del Titurel di Wolfram von Eschenbach, la cui prima edizione a stampa è del 1477.
 
5. La Vera Croce: Secunda quae prima fuit, maior quae minor fuit servat (conserva la seconda che fu la prima, la maggiore che fu la minore).
Una donna che, pur importante, lo fu meno di chi venne dopo di lei (probabilmente il figlio). Anche se la definizione potrebbe alludere alla stessa Vergine, si tratta dell'imperatrice Elena, madre di Costantino il grande, e la chiesa è quella dei SS.Apostoli, nel cui mausoleo funebre destinato agli imperatori Costantino ne aveva fatto traslare le spoglie.

La Vera Croce, ritrovata a Gerusalemme da Sant'Elena nel 326, andò definitivamente perduta nel disastro di Hattin (1187), quando l'esercito crociato che la portava in battaglia fu sbaragliato dal Saladino.
Al momento del suo rinvenimento nel 326, l'imperatrice madre ne aveva però prelevato alcuni frammenti che aveva fatto portare a Roma (dove sono ancora conservati nella basilica di S.Croce in Gerusalemme) e a Costantinopoli.
La stauroteca conservata nel Tesoro nella cattedrale di Limburg An Der Lahn in Germania proviene molto probabilmente dalla chiesa della Vergine del Faro e custodisce sette di questi frammenti.
La stauroteca di Limburg
 
Sul retro del reliquario più antico è presente un'incisione a sbalzo che lo riferiece agli imperatori Costantino e Romano. Identificati in Costantino VII Porfirogenito (912-959) e suo figlio Romano II (associato al trono nel 946).
Lungo i margini più esterni della teca realizzata successivamente per fornire al reliquario una ulteriore protezione, si trova un'altra iscrizione che nomina un altro personaggio altolocato, l'eunuco Basilio, figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, a cui nell'epigrafe viene attribuito il titolo di proedros, carica che questi ricoprì dal 963 al 985.
Predata durante il sacco crociato e portata a Tessalonica (probabilmente al seguito di Bonifacio di Monferrato che aveva ottenuta in feudo la città), nel 1206 fu data al cavaliere tedesco Heinrich Von Ulmen come compenso dei servigi militari resi (2). Nel 1208, al suo ritorno in patria, il cavaliere donò il reliquiario al convento delle Agostiniane a Stuben. Nel 1778 il monastero fu soppresso e dopo vari spostamenti, nel 1827 il reliquiario entrò a far parte del Tesoro della cattedrale di Limburg dove è ancora custodito.

6. sconosciuta: Sub altis ex aere plumis aeterne custoditur et custodiit (sotto le alte piume di bronzo, in eterno è custodita e custodisce).
Si tratta della statua bronzea di Giustiniano, posta sulla sommità di una colonna alta quasi 100 m. eretta al centro dell'Augusteon. Il capo dell'imperatore era infatti cinto dalla toupha, la corona piumata che gli imperatori indossavano in occasione dei trionfi.
Stante la difficoltà di scalare senza essere visti una colonna così alta e sprovvista di scala elicoidale all'interno, i due cercatori di reliquie rinunciano anche perchè la statua dell'imperatore si era abbattuta al suolo nel 1317 ed il restauro a cui era stata sottoposta prima di rialzarla aveva molto probabilmente svelato il nascondiglio della reliquia.

7. sconosciuta: Leo audivit nuntium, postea dedir caeco, inde imperium habuit (il leone udì l'annuncio, poi diede al cieco, infine ebbe il comando).
Una leggenda vuole che il futuro imperatore Leone I detto il Trace (457-474), quando era ancora un semplice soldato, si trovasse poco fuori la Porta Aurea quando udì i lamenti di un cieco che aveva perso l'orientamento. Mentre cercava dell'acqua per dissetarlo udì una voce: - Leone, perchè cerchi l'acqua? E' qui accanto a te! Leone si accorse quindi che una fonte d'acqua limpida sgorgava lì nei pressi, ne riempì l'elmo e diede da bere al cieco. La voce parlò ancora e disse: - Leone, imperatore, se costruirai in questo luogo una chiesa in onore della Vergine, il tuo regno sarà lungo e fortunato!
Un mese dopo, Leone divenne imperatore, si ricordò della profezia e fece erigere sul posto la chiesa dedicata alla Vergine Zoodochos Pege (fonte che dona la vita).
La chiesa esistente all'epoca (fu completamente distrutta dai giannizzeri nel 1821) si trovava però poche centinaia di metri fuori della cinta muraria, in una località che prendeva il nome dalla fonte (Pege) e che corrisponde all'attuale quartiere stanbulino di Bailikli. Era quindi irraggiungibile per i due cercatori di reliquie rinchiusi nella città assediata.
 
 
8. sconosciuta: Apud regnum sub matris velo, ubi fluit fons vitae (vicino al regno sotto il velo della madre, dove scorre la fonte della vita).
Si tratta della chiesa di Santa Maria delle Blachernae. La chiesa, fatta costruire da Pulcheria – sorella di Teodosio II e moglie di Marciano – tra il 450 ed il 453, custodiva infatti, in un'apposita cappella (paraekklesion) denominata Hagia Soros, il maphorion, il velo indossato dalla Vergine (matris velo). La chiesa era inoltre apud regnum giacchè sorgeva nel quartiere delle Blachernae, nei pressi del palazzo imperiale. Alla chiesa era annesso l'Hagion Lousma dove si trovava un bacino che raccoglieva le acque di una fonte miracolosa (fons vitae).
La chiesa era però andata completmente distrutta nel 1434 in un incendio appiccato incidentalmente da alcuni ragazzi che cacciavano i piccioni sul tetto della chiesa.
 
 
9. La Tunica di Cristo: Certe non dormitur, sed ibi dormiis primus idolorum defensor (di sicuro non si dorme, ma lì dorme il primo difensore degli idoli).
Si tratta del Monastero di San Giovanni in Studion. I suoi monaci erano infatti detti akometoi (i non dormienti) e dal'844 vi erano stati traslati i resti di San Teodoro Studita, il più tenace antagonosta della politica iconoclasta (primus idolorum defensor).
 
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca (Giovanni XIX, 23-24).
Secondo Gregorio di Tours (VI sec.) la tunica, ricomprata da alcuni fedeli, sarebbe stata inizialmente trasportata a Galata, in Asia minore, e consevata in una basilica. Da qui sarebbe poi stata trasferita a Jaffa per sottrarla alle incursioni persiane. Da qui nel 594 sarebbe stata solennemente trasferita a Gerusalemme. Predata da Cosroe II insieme alla Vera Croce nel 614, venne recuperata dall'imperatore Eraclio nel 627 e portata a Costantinopoli.
Una tradizione vuole che successivamente la tunica sia stata donata a Carlo Magno dall'imperatrice Irene (797-802) nell'ambito di una trattativa matrimoniale avviata poco prima della sua detronizzazione. Nell'806, quando la figlia dell'imperatore, Teodrada, entrò come badessa nel monastero di Argenteuil, la tunica avrebbe fatto parte della sua dote e, dopo varie traversie sarebbe attualmente custodita nella chiesa di St.Denis.
Durante la Rivoluzione francese, il parroco della chiesa di St.Denis dove si trovava la tunica, la tagliò in quattro parti, nella speranza che almeno una potesse salvarsi dal furore iconoclasta dei rivoluzionari. In seguito ne furono ritrovati soltanto tre che nel 1892 furono ricomposti e cuciti su un’altra tunica di satin bianco.
Secondo una descrizione che precede la sua divisione la tunica è di lana, la parte inferiore ha una specie di orlo, ossia un bordo più resistente ed è tessuta a maglia dall’alto verso il basso, senza cuciture. La veste poteva arrivare fino a sotto le ginocchia, con maniche a mezzo braccio, e le sue misure erano 1,45 m di altezza e 1,15 di larghezza.
La tunica presenta inoltre grosse macchie di sangue che corrispondono a quelle rinvenute nella Sindone (le ferite della flagellazione), tenendo presente che non si sparge allo stesso modo il sangue in un corpo fermo (come nella sindone) e in un corpo in movimento e con un carico sulle spalle. Coincidono anche il gruppo sanguigno (AB) ed il DNA (formula cromosomica di un uomo semita arabo).
In accordo con questa tradizione la tunica inconsutile non figura nell'elenco compilato da Mesarites, ma Antonio di Novgorod nel suo Libro del pellegrino scrive di averla vista insieme ad altre reliquie nel Palazzo imperiale (3) durante il suo pellegrinaggio a Costantinopoli compiuto nel 1200, pressapoco nello stesso periodo in cui Mesarites compila il decalogo. Se la tunica non appare in questo inventario, vi compare però il “manto di porpora”, quello che i soldati romani posero per scherno sulle spalle del Cristo: Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo (Marco XV, 16-17).
Se le parole dell'evangelista intendessero che al Cristo venne fatta indossare sopra la tunica una sopravveste di porpora più che un mantello come l'intendiamo oggi, questa sopravveste potrebbe essere quella mostrata ad Antonio di Novgorod (4).

Nel romanzo ad ogni modo la reliquia è conservata in forma ufficiale (cioè pubblicamente esposta alla venerazione dei fedeli) nel monastero di Studion – dove in realtà non è mai stata - ed i due protagonisti convengono sull'impossibilità di venirne in possesso in quanto troppo sorvegliata.
 
Note:
 
(2) Dopo la conquista di Costantinopoli, tra l'altro, Bonifacio aveva occupato proprio il palazzo Bucoleone che sorgeva sul litorale del Mar di Marmara accanto allo stesso faro da cui prendeva il nome la cappella delle reliquie.
(3) Nel 1200 il vecchio Palazzo imperiale (Gran Palazzo) era già stato abbandonato dagli imperatori come residenza in favore di quello delle Blachernae, continuava però ad essere utilizzato con funzioni di rappresentanza. Antonio di Novgorod fu ammesso molto probabilmente proprio alla cappella della Vergine del Faro dove gli furono mostrate le reliquie.
(4) Il "manto di porpora" che sarebbe stato posto per scherno sulle spalle del Cristo compare in tutti e quattro i Vangeli canonici ma per definirlo gli evangelisti usano quattro parole diverse: Marco usa solo la parola πορφυρα, senza ulteriori specifiche; Luca (XXIII, 11) usa semplicemente il termine di εσθησ (veste) accompagnata da un aggettivo che la definisce "splendida"; Matteo (XXVII, 27-29) lo chiama χλαμΰς (la clamide, che consisteva in un pezzo di stoffa, più o meno ampio, a forma di rettangolo, che finiva in uno dei lati corti con taglio a semicerchio e si fermava con una fibula sulla spalla); Giovanni (XIX, 2) parla di ἱμάτιον (un panno di forma rettangolare che si avvolgeva attorno al corpo) e ἱμάτιον è anche il termine impiegato da Mesarites nel suo decalogo. Secondo alcune analisi condotte in tempi relativamente recenti (Lucotte, 2004) inoltre, la tunica d'Argenteuil sarebbe stata originariamente tinta di rosso. Una tunica ed un manto tipo la clamide o l'himation, entrambi di colore rosso e conservati ripiegati in quattro, avrebbero quindi potuto essere scambiati l'uno per l'altro.

 




domenica 17 aprile 2016

Antiochia sull'Oronte

Antiochia sull'Oronte

da G.Uggeri, Antiochia sull'Oronte: profilo storico-urbanistico, 1997

Antiochia di Siria - l'attuale Antakya in Turchia - fu fondata lungo la sponda orientale del fiume Oronte intorno al 300 aC. dal generale di Alessandro Magno, capostipite della dinastia seleucide, Seleuco I, che ne fece la capitale del suo regno.
Nel 69 aC. Pompeo Magno depose l'ultimo sovrano seleucide, Antioco XIII, e nel 64 fece di Antiochia la capitale della nuova provincia romana di Siria.

Testa di Gneo Pompeo Magno
copia del I secolo da un originale del 60-50 a.C
Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen
 
Originariamente la città era formata da quattro nuclei abitativi indipendenti – ragione per la quale era detta anche Tetrapolis – che furono racchiusi all'interno di una stessa cinta muraria soltanto sotto Tiberio (31 c.ca). La città fu spesso utilizzata dai Romani come base di partenza per le campagne contro i Parti sì che molti imperatori vi soggiornarono e vi intrapresero opere edilizie (Traiano, Diocleziano – che ne fece una residenza imperiale - Giuliano, Valente).
Tra il 438 ed il 444, Teodosio II provvede ad un ampliamento della cinta muraria per inglobare il nuovo quartiere sviluppatosi verso sud.
Nel 524 e nel 526 la città è colpita da due forti terremoti che costringono Giustiniano ad intraprendere le opere di ricostruzione. A quest'epoca la propaggine collinare settentrionale del monte Silpius sovrastante la città cominciò ad essere denominata Staurin, perché su questa collina durante il terremoto si sarebbe avuta l'apparizione della Croce.
Nel 637 viene conquistata dai musulmani che la tengono fino al 969 quando viene ripresa dall'imperatore Niceforo II Foca.
Rimase quindi sotto il controllo dell'impero fino al 1078 quando se ne impadronì l'armeno Filarete, un ex generale dell'esercito di Romano IV Diogene che, dopo il disastro di Manzikert (26 agosto 1071), si era rifiutato di riconoscere il nuovo impertore Michele VII e aveva proclamato l'indipendenza delle province orientali. Nel 1085, infine, quasi quattordici anni prima dell'arrivo dei crociati (cfr. scheda Il Principato di Antiochia), la città era stata conquistata dai Selgiuchidi.

La scarsità di resti archeologici oggi visibili relativi al periodo ellenistico, a quello romano e a quello bizantino è dovuta ad una serie impressionante di terremoti e alluvioni che, con il persistere dell'abitato, ne ha determinato nel tempo l'interramento a grande profondità che li rende difficilmente raggiungibili.
Al di sotto della via principale (Hürriyet caddesi), ad esempio, lo strato archeologico di età medio-bizantina (secolo X) si trova oggi a quattro metri di profondità, quello di epoca giustinianea a sette metri, quello romano a più di otto metri e quello ellenistico a undici metri di profondità.

L'isola sull'Oronte
 
Sull'isola fluviale, formata allora da due bracci dell'Oronte, sorse il terzo quartiere della città (Neapolis) fatto edificare da Seleuco II (246-226 aC).
In età tardoimperiale l'isola era quadripartita da due vie principali colonnate, all'incrocio delle quali fu innalzato il cosiddetto Tetrapilo degli Elefanti. L'accesso principale all'isola era dal ponte situato a sud. Nel settore occidentale era stato costruito da Gallieno il palazzo imperiale, poi detto Liciniano; su di esso sorse il palazzo ricostruito da Diocleziano, che occupava un quarto dell'isola e
sul retro prospettava sull'Oronte con un elegante loggiato a colonne, simile al prospetto sul mare del palazzo di Spalato. Sembra che in prossimità Costantino diede inizio (327) alla costruzione della famosa chiesa ottagonale a quadriconco (detta Omonoia e definitivamente distrutta da un terremoto nel 588), sormontata da una cupola dorata, preceduta da un nartece e completata nel 341.
Sul lato orientale del palazzo imperiale si allungava per circa mezzo chilometro il circo o ippodromo, che sarebbe stato ricostruito dal proconsole di Cilicia Quinto Marcio Re nel 56 a.C. e poi restaurato ancora nel II secolo e infine da Diocleziano; il pubblico poteva raggiungerlo attraverso un ponte e una via colonnata dal quartiere nord della città. E' orientato nord-sud con la curva a Nord; è stato scavato solo parzialmente, ma sono stati riportati in luce le metae, la spina e i carceres. La sua capienza è stata stimata in circa 80.000 spettatori.
Circa trecento metri a sud-ovest di questo, venne costruito più tardi il cosiddetto stadio bizantino, che è stato rivelato dagli scavi. Ha un andamento quasi ortogonale al precedente, con la curva a est, è largo m 72 e lungo più dei m 350 che è stato possibile accertare. Il suo uso può attribuirsi al periodo tra il crollo del vecchio ippodromo nel 458 e il terremoto del 526.
L'isola doveva essere servita da diversi ponti, che la collegavano con il quartiere settentrionale della città, in particolare con la Porta del Cane (Bab el-Kelb) mentre a nord un ponte la collegava al campo per le esercitazioni militari.

La via colonnata
L'importante via carovaniera, che aveva motivato la nascita della città e ne aveva poi favorito lo sviluppo, faceva da cerniera tra i due primi nuclei urbani a ovest e l'ultimo – detto Epiphaneia dal nome del suo fondatore, Antioco IV Epifane (175-63 aC), a est.
Tiberio la fece fiancheggiare da portici che ospitavano le botteghe, trasformandone il tratto urbano (circa due miglia) in una maestosa via colonnata. Nella ricostruzione della città dopo i terremoti di età giustinianea furono recuperate le vecchie colonne, mentre sullo strato di circa un metro e mezzo di macerie fu stesa una nuova pavimentazione realizzata con blocchi di pietra lavica. Incrociando la via colonnata le strade ortogonali ad essa formavano delle piazze circolari, come si è potuto constatare accanto alla moschea di Habib el-Nedjar. È probabile che al centro vi sorgesse quella colonna onoraria in granito egiziano, che sosteneva la statua bronzea dell'imperatore Tiberio. Una più ampia piazza circolare doveva dissimulare la curva della via colonnata, secondo un accorgimento peculiare dell'urbanistica romana d'Oriente. Al centro di questa sorgeva forse l'omphalos con la statua di Apollo.
 
Mura e porte d'ingresso
Alle due estremità della via colonnata si aprivano rispettivamente a nord la Porta di Beroea-Aleppo (solo un centinaio di metri a nord della più tarda Porta di San Paolo) e a sud la Porta per Dafne, che sarebbe stata detta dei Cherubini dopo Vespasiano.
Una porta collinare sotto l'acquedotto era forse la Porta Daphnetica (detta poi di San Giorgio), che portava alle ville del sobborgo meridionale, mentre lungo le mura orientali una Porta intermedia (Mese Pyle) si apriva in corrispondenza della via alpestre lungo il torrente Parmenio.
Nella prima metà del V secolo Teodosio II chiuse entro una nuova cinta l'espansione della città verso meridione, attestando le nuove mura lungo il letto del torrente Phyrminus, su cui si aprirono la Porta Philonauta verso l'emporio in basso e più a monte la monumentale Porta Aurea, analoga a quella coeva di Costantinopoli. A Teodosio II si deve forse anche la fortificazione dell'acropoli sul monte Silpius.
La ristrutturazione giustinianea che seguì il terremoto del 536, come in altre città dell'impero, restrinse il perimetro difensivo abbandonando l'isola oltre l'Oronte e dando alla città murata un assetto più compatto. Ad ovest costruì nuove possenti mura, attestate sul ramo sinistro del fiume, che prima separava il quartiere dell'isola e che, ormai in parte ostruito dai crolli e dalle alluvioni, venne utilizzato come fossato delle nuove mura.
Ad est provvide a sistemare la gola tra il Silpio e lo Stauro con la cosiddetta Porta di Ferro.
La Porta di Ferro
 
L'imperatore fece sbarrare la gola con un possente muraglione alto oltre 18 metri, come una diga, lasciandovi solo una piccola apertura, che serviva normalmente da postierla, ma permetteva all'occorrenza di controllare le acque del torrente Parmenio, chiudendola con una saracinesca, che diede alla gola il nome di Porta di Ferro.
Le mura giustinianee avevano uno spessore di oltre due metri; il nucleo era cementizio e i paramenti in conci con intercalate fasce decorative in laterizio. Erano rafforzate da circa quattrocento torri quadrate a due o tre piani, ciascuna contenente al piano inferiore una cisterna per assicurarne l'autonomia e dotata di scale per raggiungere il piano superiore e il cammino di ronda. Al riparo di queste possenti opere di fortificazione, all'epoca ancora del tutto integre, i selgiuchidi fronteggiarono l'assedio crociato.
Porta di San Paolo: terminava a nord la via colonnata e prese questa denominazione per la vicinanza di un monastero dedicato all'apostolo, in precedenza era nota come Porta di Beroea (Aleppo). Rimase praticamente intatta fino al XIX secolo quando fu smantellata per ricavarne materiale edilizio. Ne abbiamo un'idea abbastanza precisa grazie ad alcune incisioni dell'artista francese Louis Francois Cassas che visitò la città tra il 1784 ed il 1786.
 
La Porta di San Paolo
L.F. Cassas, incisione, 1784-1786
 
Secondo Förster (Antiochia am Orontes, 1897) la porta fu smantellata soltanto nel 1881 sotto gli occhi dell'archeologo francese Ernest Chantre che si trovava in visita ad Antiochia. Durante l'assedio nei pressi di questa porta si trovava il campo trincerato del contingente normanno di Boemondo.

Porta del Cane (Bab-el-Kelb): dietro l'attuale municipio di Küçükdalyan, è l'unica di cui siano stati riportati alla luce dei resti. Introduceva al ponte che scavalcava il braccio dell'Oronte che separava l'isola dalla città. All'epoca dell'assedio crociato questo braccio del fiume era già interrato e qui pose il suo campo Raimondo IV di Tolosa con i suoi provenzali.
resti della Porta del Cane
 
Secondo alcuni autori, sarebbe raffigurata in questa illustrazione allegata dal geografo inglese William Francis Ainsworth al resoconto della sua visita ad Antiochia del 1839 con la didascalia "Torre di Antiochia".
 
 
Porta del Duca: prese questo nome dopo l'assedio crociato. Di fronte a questa porta pose il suo campo Goffredo di Buglione.
 
 
Porta Philonauta: introduceva ad un ponte sull'Oronte (Ponte di Diocleziano) da cui partiva la strada per Rodi. Era detta anche Porta del Ponte e doveva trovarsi di fronte al luogo dove attualmente si trova la Ulu cami (1400 c.ca).
Porta di San Giorgio (Porta d'oro, Porta di Dafne): terminava a sud la via colonnata e si apriva nella cinta teodosiana.

Porta dei Cherubini: si apriva nella cinta più interna (mura di Tiberio) in asse con la Porta di San Giorgio. Prese questo nome dopo che Vespasiano (69-79) vi fece collocare (probabilmente davanti ad essa e non al di sopra) le statue dei Cherubini provenienti dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70). La porta introduceva al quartiere ebraico e l'imperatore vi avrebbe fatto collocare le statue provenienti dal Tempio come monito delle conseguenze di una ribellione per la comunità ebraica di Antiochia.

Porta di mezzo (Mese Pyle): non ne è stata ritrovata traccia ed è scarsamente descritta nelle fonti. Probabilmente non si trattava di una vera e propria porta ma di un arco trionfale fatto costruire da Traiano. Uggeri ipotizza invece che alle pendici del monte Silpius, parallela alla via colonnata, corresse un'altra cinta muraria e che su questa si aprisse la Mese Pyle.

L'ippodromo
Resti delle sostruzioni delle scalinate
 
Si trovava nell'isola ed era molto probabilmente connessa al palazzo imperiale (il lato verso il palazzo non è stato scavato) così come a Roma e Costantinopoli. All'arrivo della spedizione della Princeton University nel 1932 i suoi resti erano praticamente le uniche rovine visibili e quindi qui iniziarono gli scavi. In base alle monete e ai frammenti di ceramica tardoellenistica ritrovati nelle fondazioni, la struttura originaria può essere riferita al proconsolato di Quinto Marcio Re, che iniziò probabilmente nel 67 aC.

Fotografia aerea degli scavi del 1932
In basso l'ippodromo, più in alto le fondamenta di un tempio
 
Fu quindi ampliato in epoche successive con il crescere della popolazione di Antiochia.

Sono stati individuati due ordini di balconate (maenianum primum e maenianum secundum), il più alto dei quali sosteneva probabilmente una galleria colonnata. Nella sua versione più tarda - che dovrebbe risalire alla ricostruzione traianea successiva al devastante terremoto del 115 - misurava circa 500 m. di lunghezza e 70-75 di larghezza e poteva accogliere circa 80.000 spettatori. 
 
 
1. Mete
2. Torri
3. Ingressi
4. Carceres

La cittadella


La sommità del Monte Silpius fu probabilmente fortificata già in epoca seleucide, le rovine attualmente visibili risalgono però alla ricostruzione successiva alla riconquista bizantina della città sotto Niceforo II Foca (969) che inserì la cittadella nella cinta muraria giustinianea. Quando il 3 giugno i crociati dilagarono per la città, la cittadella, difesa dal figlio dell'emiro Shams al Dawla, non si arresedando rifugio ai profughi che risalivano la montagna per sottrersi alla furia crociata. Passata sotto il comando di un ufficiale dell'esercito di Kerbogha - Ahmad ibn Marwan - capitolò soltanto il 28 giugno, quando l'atabeg di Mosul fu sconfitto in una battaglia campale e costretto a ritirarsi.

Le mura che dalla cittadella discendono verso la Porta di ferro.

Il mosaico di Yatko

Il bordo di un pavimento musivo databile al tardo V secolo e rinvenuto in una villa romana nel quartiere di Yatko nei pressi del sobborgo residenziale di Daphne (circa 7.5 km a sud di Antiochia) offre alcune informazioni sugli edifici antiocheni oggi scomparsi. Il mosaico, attualmente custodito nel Museo archeologico di Antakya, raffigura al centro la Megalopsychia (la virtù pagana della magnanimità) ma lungo i bordi scorrono immagini topografiche, a volte provviste di didascalia, della città di Antiochia. Secondo Downey in particolare, la successione degli edifici raffigurati accompagnerebbe il visitatore dalla Porta di San Paolo fino al sobborgo di Daphne,

La chiesa ottagonale: era detta anche Tempio della Concordia (Omonoia), Domus aurea o Ottagono d'oro.
Fu fatta costruire da Costantino nell’isola e annessa al palazzo imperiale. Era a quadriconco, sormontata da una cupola dorata e preceduta da un nartece, soluzione architettonica che avrebbe costituito il prototipo delle chiese a pianta centrale (cfr. la basilica di San Vitale a Ravenna).

Planimetria ipotetica

L’edificio fu cominciato nel 327 sotto il vescovo Eustazio (che fu poi espulso dallo stesso Costantino) e terminato nell’estate 341, quando in presenza dell’imperatore Costanzo fu consacrato dal vescovo Flacillo. Gravemente danneggiata dal terremoto del 526 fu ricostruita dal vescovo Efrem. Secondo alcuni autori sarebbe raffigurata in questa porzione del mosaico di Yakto.

 
I bagni di Ardaburio (To pribaton Ardabouriou): Ardaburio Iunior era un generale appartenente ad una famiglia di militari di origini alane che per tre generazioni furono ai vertici dell'esercito bizantino (cfr. scheda Gli Ardaburi). Ricoprì la carica di magister militum per Orientem dal 453 al 466 e risiedette probabilmente fino al 459 ad Antiochia, dove possedeva una lussuosa residenza nel sobborgo di Daphne, a cui apparterrebbero i bagni con due cupole ed un giardino raffigurati nel mosaico.












martedì 5 aprile 2016

Principato di Antiochia

Principato di Antiochia (1098-1268)



L'assedio crociato (21 ottobre 1097-3 giugno 1098)

1097
I crociati arrivarono sul fiume Oronte, alle porte di Antiochia, il 20 ottobre 1097. La città era difesa da 7.000 cavalieri e 20.000 fanti sotto il comando del governatore selgiuchide, l'emiro Yaghisiyan. I tre maggiori capi della Crociata in quel momento, Goffredo di Buglione, Boemondo di Taranto e Raimondo IV di Tolosa inizialmente si trovarono in disaccordo su come procedere: Raimondo voleva lanciare un assalto diretto, mentre Goffredo e Boemondo preferivano iniziare l'assedio della città.
Raimondo acconsentì con riluttanza all'assedio e il 21 ottobre i crociati circondarono in parte la città.
Anche se le fortificazioni bizantine (la città era stata strappata all'impero dai selgiuchidi solo nel 1085) erano abbastanza forti da resistere ad un attacco diretto, Yaghisiyan probabilmente non aveva abbastanza uomini per difenderle adeguatamente e si sentì sollevato ed incoraggiato nel vedere che i crociati non attaccarono immediatamente.
I crociati, per altro, non avevano forze sufficienti ad accerchiare completamente la città, Boemondo si accampò quindi di fronte alla Porta di San Paolo, Raimondo sistemò il suo campo ad ovest, alla Porta del Cane, e Goffredo piazzò le sue truppe alla Porta del Duca, ancora più ad ovest, dove un ponte di barche fu costruito attraverso l'Oronte fino al villaggio di Talenki. Alle spalle del campo di Boemondo, si schierarono le truppe bizantine al comando di Taticius (vedi oltre).

Disposizione dell'esercito crociato durante l'assedio

A sud si ergeva la Torre delle Due Sorelle e si apriva la Porta di San Giorgio, che non fu bloccata dai crociati e fu usata durante l'assedio per rifornire Yaghisiyan di cibo.
Sui lati est e sud della città c'era l'area collinare conosciuta come Monte Silpius, dove erano localizzate la cittadella e la Porta di Ferro.

Rovine della cittadella in vetta al Monte Silpius

A metà novembre arrivarono rinforzi per i crociati con il nipote di Boemondo, Tancredi d'Altavilla, ed un flotta genovese attraccò al porto di San Simeone, portando rifornimenti ed ulteriori scorte di viveri. L'assedio proseguì, in dicembre Goffredo si ammalò e le scorte di cibo, che erano state abbondanti, cominciarono a scarseggiare con l'approssimarsi dell'inverno.
Alla fine del mese Boemondo e Roberto II di Fiandra, con circa 20.000 uomini, andarono a sud in cerca di viveri, Yaghisiyan ne approfittò per tentare una sortita, uscì dalla Porta di San Giorgio il 29 dicembre ed attaccò l'accampamento di Raimondo, oltre il fiume, a Talenki. Raimondo riuscì a respingerlo ma non poté catturare la città.
Nel frattempo Boemondo e Roberto furono attaccati da un esercito agli ordini di Duqaq ibn Tutush di Damasco, che stava accorrendo verso nord in aiuto di Antiochia.
I crociati vinsero anche questo scontro, ma furono costretti a ritirarsi verso Antiochia con pochi viveri.
Il mese terminò con cattivi auspici per entrambe le parti: il 30 dicembre ci fu un terremoto, e l'aurora boreale la notte successiva; il freddo e le forti piogge fuori stagione delle settimane successive indussero Duqaq a tornare a casa senza dare nuovamente battaglia.

1098
In febbraio il legato e generale bizantino Taticius, che era rimasto con i crociati come consigliere e rappresentante dell’Imperatore Alessio I, improvvisamente lasciò insieme ai suoi 2.000 uomini, l'esercito crociato.
Secondo Anna Comnena, che presumibilmente parlò personalmente con Taticius, i crociati rifiutarono di ascoltare i suoi consigli e Boemondo lo informò del fatto che gli altri comandanti crociati avevano deciso di ucciderlo perché ritenevano che Alessio stesse segretamente appoggiando i Turchi. Boemondo dichiarò che la partenza di Taticius era un atto di tradimento o codardia, ragione sufficiente a rompere ogni accordo di restituzione di Antiochia ai Bizantini, e minacciò di partire anche lui a meno che non avesse potuto tenere Antiochia per se stesso, quando fosse stata catturata.
Pienamente coscienti del fatto che Boemondo progettava di prendere la città per se stesso, e che egli probabilmente aveva congegnato la partenza di Taticius a questo scopo, Goffredo e Raimondo non si piegarono al ricatto, ma i cavalieri minori ed i soldati si schierarono dalla parte di Boemondo.
Nel mentre,Yaghisiyan continuò a cercare aiuto dai suoi vicini, ed un esercito al comando di Ridwan arrivò ad Antiochia da Aleppo.
Come era accaduto a Duqaq, anche egli fu sconfitto ad Harim, fuori le mura di Antiochia, il 9 febbraio.

L'assedio di Antiochia
miniatura realizzata da Jean Colombe per i Passages d'outremer di Sebastien Mamerot (1472-1475)
BNF, Paris

In marzo una flotta inglese guidata da Edgardo Atheling, proclamato re d’Inghilterra, approdò a San Simeone da Costantinopoli, dove Edgardo viveva in esilio. Essa portava i materiali necessari per costruire macchine da assedio, ma questi furono quasi persi quando, il 6 marzo, Raimondo e Boemondo (nessuno dei due si fidava dell’altro abbastanza da lasciarlo da solo con i materiali) furono attaccati sulla strada di ritorno ad Antiochia da un distaccamento della guarnigione di Yaghisiyan.
Con l’aiuto di Goffredo il distaccamento fu sconfitto ed i materiali furono portati al sicuro.
Sebbene Edgardo avesse ricevuto la sua flotta ed i materiali per l’assedio dall’imperatore Alessio, i crociati non lo considerarono un diretto aiuto di Bisanzio.
I crociati avviarono la costruzione delle macchie da assedio ed anche di un forte, che chiamarono La Mahomerie (1), per bloccare la Porta del Ponte e prevenire attacchi di Yaghisiyan alle linee di rifornimento dai porti di San Simeone ed Alessandretta, inoltre ripararono il monastero abbandonato ad ovest della Porta di San Giorgio, che era usato per far arrivare viveri alla città. Tancredi assegnò una guarnigione al monastero, citato nelle cronache come Forte di Tancredi, per 400 marchi d’argento, mentre il conte Raimondo di Tolosa prese il controllo de La Mahomerie.
In precedenza un'altra torre - detta Malregard - era stata costruita sulla collina alle spalle del campo di Boemondo per impedire le incursioni degli assediati che si calavano per la gola del torrente Onopnicles e si appostavano sulla collina per assalire e trucidare i ritardatari o i più carichi che rimanevano isolati dietro le squadre incaricate dell'approvvigionamento.
Finalmente l’assedio cominciò ad avere qualche efficacia sulla ben difesa città.
Gli approvvigionamenti di viveri migliorarono per i crociati all’avvicinarsi della primavera mentre le incursioni dalla città furono bloccate.
Alla fine del maggio 1098 un altro esercito musulmano, agli ordini dell'atabeg di Mossul, Kerbogha, si avvicinò ad Antiochia.
Questo esercito era molto più grande dei precedenti che avevano tentato di rompere l’assedio. Kerbogha si era unito con Ridwan e Duqaq ed il suo esercito comprendeva truppe inviate dalla Persia e dagli Artuqidi di Mesopotamia.
Fortunatamente per i crociati fu loro concesso il tempo di prepararsi perché Kerbogha fece una deviazione di tre settimane ad Edessa, che egli non fu in grado di riprendere a Baldovino di Boulogne, che l’aveva conquistata qualche mese prima.
I crociati si resero comunque conto che, per avere qualche possibilità di sopravvivere, avrebbero dovuto conquistare la città prima dell’arrivo di Kerbogha.
Boemondo stabilì dei contatti segreti con Firouz, una guardia armena che comandava la Torre delle Due Sorelle ed aveva motivi di rancore con Yaghisiyan, e lo corruppe perché aprisse le porte.
Egli quindi offrì agli altri crociati la possibilità di entrare in Antiochia, per mezzo di Firouz, se essi avessero accettato di lasciargli la città.
Raimondo era furioso ed obiettò che la città avrebbe dovuto essere restituita ad Alessio, come concordato quando avevano lasciato Costantinopoli nel 1097, ma Goffredo, Tancredi, Roberto e gli altri comandanti si trovavano in una situazione disperata e dovettero accettare le richieste di Boemondo.
Nell'esercito crociato c'erano nove conti preposti al loro comando, secondo alcuni autori Boemondo li raccolse a consiglio e domandò a chi dovesse spettare Antiochia una volta conquistata. Dal momento che ognuno di questi la reclamava per sè, si accordarono per guidare l'assedio una settimana per uno, stabilendo che essa sarebbe spettata a chi, nella sua settimana, sarebbe riuscito ad espugnarla.
Il 2 giugno, Stefano di Blois ed alcuni degli altri crociati disertarono. Più tardi quello stesso giorno Boemondo, d’accordo con Firouz, fece muovere l’esercito fingendo di voler andare incontro a Kerbogha, ma nella notte tornò indietro verso la città, Firouz fece salire per mezzo di una scala appoggiata alle mura i crociati alla Torre delle Due Sorelle e questi corsero ad aprire la porta di San Giorgio e quella del Ponte e diedero inizio alla carneficina. Così Boemondo riuscì ad espugnare Antiochia e a farsela assegnare dagli altri capi crociati.
I cristiani rimasti nella città aprirono le altre porte e parteciparono anch’essi al massacro degli odiati Turchi.

Il massacro di Antiochia
illustrazione di Gustave Dorè per l'edizione della Histoire des croisades di J.F. Michaud del 1877

I crociati, peraltro, insieme ai musulmani uccisero anche diversi cristiani, tra i quali anche il fratello dello stesso Firouz. Yaghisiyan fuggì dalla città ma fu catturato da alcuni cristiani siriani; fu decapitato e la sua testa portata a Boemondo.
Alla fine della giornata del 3 giugno, i crociati controllavano la maggior parte della città, ad eccezione della cittadella, ostinatamente difesa dal figlio dell'emiro, Shams al-Dawla.
Il patriarca ortodosso Giovanni l'Ossita, imprigionato dall'emiro, fu reinsediato da Ademaro di Monteil - il vescovo di Le Puy che era il legato pontificio presso l'armata crociata - che desiderava mantenere buone relazioni con i bizantini, soprattutto nel momento in cui Boemondo stava chiaramente pianificando di reclamare la città per se stesso. Antiochia si trovava comunque a corto di viveri, e l’esercito di Kerbogha arrivò solo due giorni più tardi, il 5 giugno.
Il 7 giugno, Kerbogha cercò di travolgere le difese della città e prenderla d'assalto, ma fallì ed il 9 giugno dispose l'esercito per l'assedio.
Il contrassedio selgiuchide (9-28 giugno 1098)

Frattanto ad Antiochia, il 10 giugno, un povero ed altrimenti insignificante monaco francese, di nome Pietro Bartolomeo, dichiarò di aver avuto una visone di Sant'Andrea apostolo, che gli aveva rivelato che la Lancia Sacra si trovava dentro la città.
Il 14 giugno una meteora fu vista cadere nel campo nemico, ed interpretata come un buon segno.
Sebbene il vescovo Ademaro fosse molto scettico a riguardo poiché aveva visto una reliquia della Lancia Sacra nella cappella palatina della Vergine del Faro a Costantinopoli, Raimondo di Tolosa dette credito al monaco ed il 15 giugno, insieme a Raimondo di Aguilers, Guglielmo vescovo d’Orange ed altri, cominciò a scavare nella cattedrale di San Pietro, e quando essi uscirono a mani vuote dallo scavo, il monaco Pietro balzò nella fossa e ne uscì trionfante con una punta di lancia.
Raimondo disse che era un segno divino che essi sarebbero sopravvissuti e quindi preparò lo scontro finale invece di arrendersi. Pietro raccontò quindi di un’altra visione nella quale Sant’Andrea chiedeva all’esercito crociato di digiunare per cinque giorni (sebbene essi stessero già morendo di fame), dopo di che sarebbero stati vittoriosi.
Boemondo era scettico a proposito della Sacra Lancia, ma era indubbio che la sua scoperta aveva sollevato il morale dei crociati (2).
È anche possibile che il monaco stesse raccontando quello che gli suggeriva Boemondo, piuttosto che quello che gli diceva Sant’Andrea...
Boemondo, per mezzo delle spie che aveva nel campo di Kerbogha, sapeva infatti dei disaccordi tra le varie fazioni, e che probabilmente in battaglia non avrebbero operato come una unità coesa.
Il 27 giugno Pietro l’Eremita fu inviato da Boemondo a negoziare con Kerbogha evitare lo scontro, ma i negoziati fallirono e lo scontro divenne inevitabile.
Boemondo divise le forze in sei contingenti: uno sotto il suo comando e gli altri cinque agli ordini di Ugo di Vermandois e Roberto di Fiandra, Goffredo, Roberto di Normandia, Ademaro e Tancredi e Gastone IV di Béarn. Raimondo, che si era ammalato, rimase con 200 uomini nella città a guardia della cittadella, ora tenuta da Ahmad ibn Marwan, inviato da Kerbogha.
Il vescovo di Puy, Ademaro di Monteuil (riconoscibile dalla mitra), imbraccia la Sacra Lancia nella battaglia del 28 giugno.
da un'edizione miniata in francese della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo da Tiro e continuatori realizzata intorno al 1250. 
British Library, Londra
 
Lunedì 28 giugno I crociati uscirono dalle porte della città portando in battaglia la Sacra Lancia. Kerbogha esitò, contro il parere generale, sperando di attaccare i nemici tutti insieme invece che un contingente per volta, ma ne sottovalutò il numero.
Finse quindi di ritirarsi, per attirare i crociati su un terreno più irregolare, mentre i suoi arcieri li bersagliavano continuamente.
Un distaccamento fu inviato contro l’ala sinistra dei crociati, che non era protetta dal fiume, ma Boemondo formò rapidamente un settimo contingente che li respinse.
I Turchi stavano infliggendo gravi perdite, compreso il portastendardo di Ademaro, e Kerbogha diede fuoco all’erba tra la sua posizione ed i crociati, ma questo non li fermò: essi avevano visioni di tre santi che cavalcavano al loro fianco: San Giorgio, San Demetrio e San Maurizio.
La battaglia fu breve. Quando i crociati raggiunsero le linee di Kerbogha, Duqaq disertò, e la maggior parte degli altri Turchi fu presa dal panico e sbandò. Presto l’intero esercito musulmano fu in ritirata.


Principi di Antiochia

Armi degli Altavilla

Boemondo I di Taranto (1098-1100): figlio primogenito di Roberto il Guiscardo e Alberada di Buonalbergo, Boemondo fu catturato in battaglia da Malik Ghazi, appartenente alla dinastia dei Danishmendidi nel 1100, e suo nipote Tancredi divenne il reggente del Principato. Boemondo fu liberato nel 1103, ma lasciò ancora Tancredi reggente quando nel 1105 tornò in Italia per reclutare nuove truppe. Egli usò queste truppe per attaccare i bizantini nel 1107, e quando fu sconfitto a Durazzo nel 1108 fu costretto da Alessio I a firmare il Trattato di Devol, che avrebbe reso Antiochia un feudo dell'Impero bizantino dopo la morte di Boemondo. Nel 1106 aveva sposato la figlia del re di Francia Filippo I, Costanza, da cui ebbe un solo figlio, Boemondo II. Morì a Bari nel 1111 e fu sepolto a Canosa di Puglia nel mausoleo fatto costruire dalla madre Alberada accanto alla cattedrale di San Sabino.

Canosa di Puglia

Tancredi d'Altavilla (reggente, 1100-1112): nipote di Boemondo I (era figlio della sorella Emma e di Oddone Bonmarchis), Tancredi espanse i confini del Principato, strappando le città di Tarso e Laodicea (Latakia) all'Impero bizantino.
Il principe Tancredi con barba, spada sguainata ed un copricapo che somiglia ad un turbante, effigiato al recto di un follaro coniato dalla zecca di Antiochia durante la sua reggenza.
 
Nel 1104, a seguito della sconfitta crociata nella battaglia di Harran in cui l'allora conte di Edessa, Baldovino di Le Bourcq, venne catturato dai selgiuchidi, Tancredi assunse anche la reggenza di questa contea, al cui governo assegnò il cugino Riccardo di Salerno (3) e che tenne fino al 1108. Si rifiutò di onorare il Trattato di Devol sottoscritto dallo zio e mantenne il Principato indipendente. Morì nel 1112 durante un'epidemia di tifo. Ne1106, grazie ai buoni uffici dello zio Boemondo, aveva sposato Cecilia di Francia, figlia adulterina di re Filippo e sorellastra di Costanza, da cui non ebbe figli.

Boemondo II d'Altavilla (1111-1130) figlio di Boemondo e Costanza di Francia, raggiunse Antiochia solo nell'ottobre del 1126 al compimento della maggiore età. Nel frattempo Antiochia fu governato dalla reggenza di Ruggero di Salerno (1112-1119).

Battaglia dell'Ager Sanguinis (28 giugno 1119)
Nel 1119 l'atabeg di Aleppo Il-ghazi varcò il confine ed invase il Principato. Ruggero, che era acquartierato nella munitissima fortezza di Artah dove avrebbe potuto facilmente fermare l'invasore, gli mosse invece incontro, accampandosi al passo di Sermada (attualmente in Siria).
Nella notte tra il 27 ed il 28 ottobre l'esercito selgiuchide circondò gli antiocheni. Ruggero divise le sue forze (circa 700 cavalieri e 3.000 fanti) in cinque battaglioni che dispose in una formazione a V e che erano comandati, da sinistra a destra, da Roberto di San Lo, dal principe, da Guido di Frenelle, Goffredo il monaco e Pietro. A Rinaldo Mansoer, Conestabile del Principato, venne affidato il comando di un sesto battaglione posto di retroguardia.
La battaglia ebbe inizio all'alba del 28. Dopo alcuni iniziali sucessi colti dall'ala destra crociata, la sinistra di Roberto di San Lo – mercè anche un forte vento che si levò improvvisamente da nord e sollevò un plverone che accecò i crociati - fu travolta e ripiegò disordinatamente addosso al contingente guidato da Ruggero. Le ali turche avvolsero l'esercito antiocheno ed ebbe luogo il massacro che da il nome alla battaglia (ager sanguinis=campo di sangue). Ruggero ed i suoi comandanti furono uccisi, soltanto duecento uomini al comando di Rinaldo di Mansoer - che però fu successivamente catturato - riuscirono ad uscire dalla sacca e a riparare nella fortezza di Sermada dove attesero l'arrivo di Baldovino II .

Alla morte di Ruggero assunse la reggenza re Baldovino II di Gerusalemme (1119-1126), la cui figlia Alice andò in sposa a Boemondo II dandogli Costanza d'Antiochia. Boemondo II morì nei pressi di Anazarbus (febbraio 1130) in uno scontro con le forze dell'emiro danishmendide Amir Ghazi Gümüshtegin.

Costanza d'Antiochia (1130-1163) salita al trono all'età di 4 anni governò sotto la reggenza dei re di Gerusalemme Baldovino II (1130-1131) e Folco d'Angiò (1131-1136).
Nel 1136, appena decenne, sposò Raimondo di Poitiers da cui ebbe quattro figli:
Boemondo III di Poitiers;
Maria d'Antiochia che sposerà (24 dicembre 1161) Manuele I Comneno e sarà madre di Alessio II;
Filippa d'Antiochia che diverrà l'amante di Andronico I Comneno, quando questi visitò Antiochia durante il suo secondo mandato come governatore della Cilicia (1166), e successivamente sposerà il conestabile del Regno di Gerusalemme Umfredo II di Toron;
Baldovino di Antiochia che, entrato nell'esercito bizantino dopo l'esilio della madre (1163), morirà combattendo valorosamente a fianco di Manuele I Comneno guidando la disperata carica di cavalleria che tentò di rompere l'accerchiamento delle truppe imperiali nel disastro di Miriocefalo (1176).
Nel 1137 l'imperatore bizantino Giovanni II assediò Antiochia e Raimondo, chiesta l'autorizzazione a Folco d'Angiò, gli rese l'omaggio feudale divenendone vassallo ma l'anno successivo una rivolta, sobillata da Raimondo, costrinse i bizantini a lasciare Antiochia.
 
La battaglia di Inab
miniatura realizzata da Jean Colombe per i Passages d'outremer di Sebastien Mamerot
(1472-1475)
BNF, Paris

Dopo la morte in battaglia di Raimondo che cadde combattendo contro l'esercito dell'atabeg di Aleppo Norandino sotto le mura di Inab nel 1149, Costanza sposò Rinaldo di Chatillon (1153) che governerà con lei fino alla sua cattura durante una scorribanda in territorio selgiuchide (1160).
L'anno precedente l'imperatore Manuele I si era presentato alle porte di Antiochia con un forte esercito, come ritorsione per l'attacco sferrato da Rinaldo a Cipro, e l'aveva costretto al vassallaggio.

Probabili armi dei Poitiers

Boemondo III di Poitiers (1163-1201): ottiene il principato contro il volere della madre solo grazie all'intervento del re di Gerusalemme Baldovino III che lo riconosce come erede legittimo.

Battaglia di Harim (Harenc). Nel 1163 la spedizione in Egitto voluta da Amalrico I di Gerusalemme lasciò gli stati crociati esposti agli attacchi da oriente. Puntualmente nel 1164 Norandino cinse d'assedio la roccaforte crociata di Harim (Harenc), a nordest di Antiochia.
Boemondo III, Joscelin III di Edessa e Raimondo III di Tripoli, affiancati da un contingente bizantino guidato dal governatore della Cilicia Costantino Kalamanos e da truppe del Regno armeno di Cilicia, risposero alla richiesta d'aiuto di Reginaldo di Saint Valery, signore della fortezza.
Il 12 agosto, all'arrivo dei crociati, Norandino levò rapidamente l'assedio e cominciò a ritirarsi. I crociati si gettarono all'inseguimento senza prendere alcuna precauzione. Le truppe di Norandino fronteggiarono la scomposta carica dei crociati e contrattaccarono spingendoli verso un terreno paludoso dove li massacrarono. Secondo fonti musulmane circa 10.000 crociati caddero sul campo di battaglia mentre Raimondo, Boemondo e Joscelin vennero catturati ed imprigionati ad Aleppo.

Grazie all'intervento (politico ed economico) del cognato, l'imperatore Manuele I Comneno, ed al pagamento di un forte riscatto, Boemondo viene liberato l'anno seguente. Liberato, Boemondo accondiscese alla richiesta dell'imperatore e - contro il parere del patriarca latino di Antiochia, Aimerio di Limoges, che si ritirò in esilio nel castello di Qosair - reinsediò il patriarca ortodosso Atanasio II (4).
Subito dopo la presa di Gerusalemme (2 ottobre 1187), il Saladino tentò di prendere Antiochia ma fu costretto a desistere dall'intervento della flotta normanna comandata dall'ammiraglio Margarito da Brindisi ed inviata dal re normanno Guglielmo II di Sicilia.
Lo stesso anno morì il suo alleato di sempre, Raimondo III di Tripoli, che lasciò la contea in eredità al suo figlioccio, il primogenito di Boemondo, Raimondo IV di Tripoli mentre il Saladino riuscì ad impadronirsi dell'importante porto di Laodicea (Latakia).
Nel 1194 Boemondo venne fatto prigioniero da Leone II d'Armenia, il quale, dopo aver conquistato il castello di Bagras lungo il confine settentrionale del principato di Antiochia, strappandolo al Saladino, ricevette la richiesta di restituzione da parte di Boemondo e dei Templari che ne erano i legittimi proprietari.


Con il pretesto di una trattativa Leone attirò Boemondo al castello di Bagras facendolo cadere in una trappola e imprigionandolo.
Boemondo venne costretto a cedere il titolo del principato a Leone II e venne liberato con la promessa ulteriore di abbandonare ogni pretesa sul Regno d'Armenia. In aggiunta a ciò nel 1195 fu costretto a rafforzare la sua alleanza con il sovrano d'Armenia facendo sposare suo figlio Raimondo con la nipote di Leone II, Alice d'Armenia, figlia di Ruben III d'Armenia.
Boemondo III ebbe 4 mogli:
1. Orguillese d' Harenc (morta o ripudiata prima del 1175) che gli dà: Raimondo IV di Tripoli e
Boemondo IV di Antiochia;
2. Teodora Comnena, una nipote di Manuele I Comneno (tra il 1175 e il 1177 e ripudiata nel 1180) che partorisce Costanza, Filippa e forse un maschio di nome Manuele.
3. Sibilla N (nel 1181 e ripudiata nel 1194) da cui ha: Alice di Antiochia;
4. Isabella N (nel 1194-1195): Guglielmo, Boemondo ed Eschiva.

Boemondo IV di Poitiers (1201-1216 e 1219-1233): alla morte del padre Boemondo III (1201), nonostante questi avesse indicato come suo successore il nipote Raimondo Rupeno, figlio del suo primogenito Raimondo IV di Tripoli (morto nel 1198) e di Alice di Armenia, riuscì a farsi riconoscere dagli antiocheni, costituitisi in comune, come principe e a regnare contemporaneamente sulle due città stabilendosi a Tripoli. 
S'innescò quindi un lungo conflitto dinastico che coinvolse a vario titolo gli Ordini militari (I templari si schierarono con Boemondo mentre i giovanniti appoggiarono Raimondo Rupeno), il Regno d'Armenia, la nobiltà latina dìOutremer, l'imperatore Federico II ed il papato.
Leone II d'Armenia sostenne i diritti del nipote Raimondo Rupeno ed appoggiò la ribellione di Renoart di Nephin nella contea di Tripoli. Soltanto alla fine del 1205 Boemondo - che perse un occhio nella campagna guadagnandosi il soprannome di monocolo - riuscì a sedare la ribellione. Nel 1206 Boemondo rimosse il Patriarca latino di Antiochia, Pietro di Angouleme, che aveva appoggiato Raimondo Rupeno, sostituendolo con quello ortodosso, Simeone II. Pietro reagì scomunicandolo e Boemondo lo fece imprigionare lasciandolo morire di sete (1208)*.
Tra alterne vicende, durante le quali Raimondo Rupeno - con l'appoggio dei govanniti - riuscì ad insediarsi ad Antiochia come Principe dal 1218 al 1219, il conflitto ebbe termine soltanto nel 1219 quando Raimondo, estromesso da Antiochia da una ribellione dei nobili guidata da Guglielmo di Farabel e recatosi in Armenia per rivendicarne la corona, morì in battaglia.
Insediatosi nuovamente ad Antichia, Boemondo procedette alla confisca dei beni dei cavalieri di San Giovanni, cosa che gli valse la conferma della scomunica da parte del papa Gregorio IX che, sempre su richiesta dei giovanniti la confermò ancora nel 1230. L'anno seguente, grazie alla mediazione del Patriarca di Gerusalemme Geraldo da Losanna e della famiglia degli Ibelin, Boemondo firmò un accordo con l'Ordine che indusse il papa a ritirare la scomunica. Morì nel 1233.
In prime nozze sposò Plaisance di Gibelletto (Gibelet) che gli diede:
1.Raimondo di Poitiers (1195- ucciso dalla setta degli Assassini nella cattedrale di Tortosa nel 1213), Balivo di Antiochia.
2.Boemondo V di Poitiers, suo successore alla guida del principato.
3.Filippo I di Poitiers (morto avvelenato in prigione nel 1226), re consorte del Regno armeno di Cilicia (1222-1224) per le nozze con Isabella d'Armenia.
4.Enrico di Poitiers, sposato a Isabella di Lusignano e padre del re Ugo III di Cipro e I di Gerusalemme.
5.Maria di Poitiers

*Secondo alcune fonti al Patriarca fu concesso di bere solo l'olio della propria lampada.

Boemondo V di Poitiers (1233-1252): nel 1235 sposò in seconde nozze Luciana, figlia di Paolo dei Conti di Segni, una bis-nipote di Papa Innocenzo III; ebbero due figli:
Plaisance (Piacenza) di Antiochia - che fu la terza moglie di re Enrico I di Cipro e madre di Ugo II - e Boemondo VI d'Antiochia.

Boemondo VI di Poitiers (1252-1275): Quando Boemondo V morì (8 gennaio 1252) gli successe il figlio Boemondo VI, che aveva solo 15 anni per cui fu posto sotto la reggenza della principessa vedova Luciana. Luciana tuttavia non lasciò mai Tripoli, cedendo invece il governo del principato ai suoi parenti romani. Questo la rese impopolare, così il giovane Boemondo ottenne l'appoggio di re Luigi IX di Francia, in quel tempo impegnato in una Crociata, per avere il permesso da Papa Innocenzo IV di iniziare a regnare qualche mese prima dell'effettivo raggiungimento della maggiore età. Re Luigi lo nominò anche cavaliere e gli concesse d'inquartare il proprio blasone con i gigli di Francia, da cui si deduce che quello dei suoi predecessori fosse rosso pieno.
Armi di Boemondo VI di Poitiers

Su suggerimento sempre di re Luigi, nel 1254 il diciassettenne Boemondo sposò Sibilla di Armenia, figlia del re Aitone I d'Armenia, mettendo così fine alla lotta per il potere tra i due stati, iniziata da suo nonno Boemondo IV d'Antiochia.
La Signoria di Gibelletto (vedi cartina in apertura) ed i suoi signori della famiglia genovese degli Embriaci erano vassalli del Conte di Tripoli; per cui Boemondo fu coinvolto in un conflitto tra genovesi e veneziani, la cosiddetta guerra di San Saba, che iniziò nel 1256 e causò a molti nobili di Terrasanta la perdita di preziose risorse e costò decine di migliaia di vite umane. Gli Embriaco signori di Gibelletto erano stati risoluti oppositori dei principi di Antiochia.
Boemondo appoggiò i veneziani ma i genovesi Embriaco, nel 1258, si ribellarono contro di lui dando inizio ad una guerra civile che andò avanti per decenni. Boemondo riuscì a limitare i disordini facendo uccidere da alcuni servi il leader della rivolta, Bertrando I Embriaco (un cugino di Guido I Embriaco), ma le ostilità continuarono.
Nel 1260, persuaso dal suocero Aitone, rende il principato tributario dei mongoli che minacciano ormai direttamente i due stati. Quello stesso anno sia Aitone che Boemondo parteciparono con le proprie truppe alla conquista mongola di Aleppo e Damasco.
I Mongoli ricompensarono Boemondo restituendogli vari territori che aveva perso contro i Musulmani, come Laodicea (Latakia), Idlib, Kafar-dubbin e Jableh, che Boemondo riuscì quindi a rioccupare con l'aiuto di alcuni cavalieri templari ed ospitalieri.
In cambio delle terre, Boemondo dovette far reinsediare ad Antiochia il patriarca greco ortodosso Eutimio al posto del patriarca latino, poiché i Mongoli intendevano rafforzare i legami con l'Impero bizantino. Questo valse a Boemondo l'ostilità dei Latini di Acri e la scomunica del Patriarca di Gerusalemme, Jacques Pantaléon.
Dopo la presa di Damasco i Mongoli cessarono la loro avanzata verso ovest a causa di problemi interni al loro impero. Il grosso dell'esercito mongolo lasciò la Siria, ne rimase solo una piccola parte per occupare il territorio al comando di Kitbuqa. Questo fornì un'opportunità ai Mamelucchi egiziani che avanzarono dal Cairo, per scontrarsi con i Mongoli, lungo la via negoziarono un insolito patto di neutralità con gli ifranj di Acri che permise loro di attraversare indisturbati il territorio dei crociati consentendogli di sconfiggere i Mongoli nella storica battaglia di Ayn Jalut (settembre 1260). Eliminato l'esercito mongolo, i Mamelucchi procedettero a conquistare la Siria e l'Iran, che erano state devastate dai Mongoli e, guidati da Baybars, cominciarono anche a minacciare Antiochia.
Nel maggio 1267 Baybars attaccò Acri e nel 1268 iniziò l'assedio di Antiochia, prendendo la città mentre Boemondo era a Tripoli. Tutto il nord della Siria fu rapidamente perduto, lasciando a Boemondo la sola Tripoli.

Note:

(1) La fortezza fu eretta presso una moschea nelle vicinanze del cimitero musulmano. Mahomerie in francese antico significa appunto "moschea". Nelle cronache è chiamata anche semplicemente Castello di Raimondo.

(2) Di fronte al montare dello scetticismo intorno alle visioni che continuava a riferire, per dissipare i dubbi l'8 aprile del 1099 Pietro Bartolomeo accettò di sottoporsi ad un'ordalia con il fuoco morendo 12 giorni dopo per le gravissime ustioni riportate (lui dichiarò invece di essere stato ferito dalla folla che lo aveva sommerso dopo che era uscito illeso dall'ordalia).

La punta di lancia conservata nella cattedrale armena di Echmiadzin
 
 
La punta di lancia ritrovata ad Antiochia, forse presa in consegna da Raimondo di Aguilers (ma dopo l'ordalia dell'8 aprile praticamente scompare dalle fonti primarie), potrebbe essere quella attualmente conservata nella cattedrale di Echmiadzin in Armenia e che sembra avere davvero poco a che spartire con una punta di lancia romana del I secolo (cfr. anche N. de Matthaeis, La lancia di Antiochia).

(3) Riccardo d'Altavilla, noto anche come Riccardo del Principato.

(4) Il governo ecclesiastico greco durò comunque poco. Nel 1170 Atanasio morì mentre stava celebrando messa nella cattedrale di san Pietro nel corso del terremoto che sconvolse Antiochia e Aimerio fu richiamato dall'esilio.


Schede correlate:

Il Regno di Gerusalemme
 

Narrativa moderna e contemporanea:

Tom Harper, Delitto sotto le mura, Longanesi, 2005
Il “rivelatore di misteri” Demetrios Askiates ed un distaccamento di variaghi guidati dal suo amico Sigurd, vengono aggregati dall'imperatore Alessio I Comneno al contingente bizantino agli ordini di Tatikios incaricato di accompagnare l'esercito crociato nella penetrazione nell'Asia minore sotto controllo selgiuchide e nell'assedio e contrassedio di Antiochia, durante il quale (21 ottobre 1097-28 giugno 1098) si svolgono gli eventi narrati nel romanzo. Secondo capitolo della trilogia dedicata a Demetrios Askiates, non ha la stessa capacità di coinvolgimento del primo (cfr.scheda Mosaico d'ombre) rispetto a cui presenta un intreccio più farraginoso e pretestuoso. In compenso mantiene la stessa accuratezza nella descrizione dei fatti storici realmente avvenuti mostrata nel primo capitolo della saga. Meno incisiva è invece la descrizione dei luoghi, anche perchè la scarsità delle evenienze archeologiche (cfr. scheda Antiochia sull'Oronte) riduce in molti casi le informazioni a cui l'autore può attingere alle sole fonti scritte.