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lunedì 22 giugno 2015

La cacciata del duca di Atene dell'Orcagna

La cacciata del duca di Atene dell'Orcagna, Palazzo Vecchio, Firenze



Il Duca di Atene, Gualtiero VI di Brienne, fu cacciato da Firenze il 26 luglio 1343. Nell'occasione fu assaltato il carcere delle Stinche, quello dei detenuti politici, e liberati tutti gli oppositori che il duca aveva fatto incarcerare. Per ricordare l'evento fu commissionata - probabilmente ad Andrea di Cione detto l'Orcagna - l'esecuzione in loco di un affresco celebrativo. Con la dismissione e la distruzione parziale del carcere, dopo il 1833, l'affresco fu inglobato in un nuovo tabernacolo e solo nel 1964 staccato e restaurato. Attualmente è conservato nella Salotta del Quartiere di Leonora di Palazzo Vecchio.
Di forma circolare, l'affresco presenta un diametro di circa tre metri e in origine presentava all'intorno i segni dello Zodiaco, dei quali oggi rimane visibile solo quello del Leone, alternati a figure femminili e ad alcune iscrizioni poste a commento della scena. Nella scena principale è rappresentato al centro Palazzo Vecchio (si tratta della sua più antica rappresentazione conosciuta), nell'assetto riscontrabile tra il 1323, anno della costruzione dell'Aringhiera, e il 1349, quando furono demolite le antiporte fatte costruire dal Duca.
Sulla sinistra si vede una figura femminile con l'aureola (variamente interpretata, probabilmente sant'Anna, la cui festività ricorreva il giorno della cacciata del Duca) seduta su un trono coperto da un drappo sorretto da due angeli. Essa porge, in segno di restituzione, i tre gonfaloni di Firenze, del Popolo e del Comune ad un gruppo di cavalieri, inginocchiati per riceverli: si tratta di una rappresentazione simbolica della restituzione del potere alle milizie fiorentine. Questi cavalieri hanno la spada nella mano destra e guardano con intensità la loro protettrice. Sul fianco destro delle loro cotte d'armi si vede la lettera T, che sembrerebbe identificarli come cavalieri dell'Ordine del Tau di Altopascio (1). A terra si vedono una spada spezzata, una bilancia anch'essa spezzata, un libro chiuso ed uno scudo deformato.
Sulla destra dell'affresco si vede il Duca d'Atene che, con un abito guarnito d'ermellino, si allontana dal trono che rimane vuoto scacciato da un angelo, portandosi via uno strano oggetto dalle forme antropomorfe. Secondo l'interpretazione convenzionalmente accettata si tratterebbe del mitico Gerione, demone della frode, descritto nell'Inferno di Dante come un mostro dalla testa di uomo e dal corpo di serpente, a simboleggiare la frode che il Duca teneva in petto. L'angelo porta sul braccio sinistro una colonna e, nella mano destra, un frustino a tre corde, simboli della Passione di Cristo.

Esistono comunque degli elementi d'incongruenza che stridono con l'interpretazione convenzionale, il più eclatante dei quali è proprio lo strano oggetto nelle mani del duca, e che hanno dato adito a letture alternative come quella, piuttosto fantasiosa, di Giulio Lensi Orlandi (Il Bafometto a Firenze, in Almanacco italiano, 1976) che ha ritenuto di identificare in esso il Bafometto e ha posto l'affresco in relazione al processo ai Templari.
Un'ipotesi più recente (V.Perrera, Il custode delle reliquie, 2010; E.Baccarini, Sindone. Firenze e i misteri del sacro telo, 2010) ha invece identificato in esso la Sindone-Mandylion (2) trafugata a Costantinopoli nel sacco del 1204 da Ottone de La Roche, futuro primo duca di Atene e antenato di Gualtiero VI.

Note:

(1) A tutt’oggi non si conosce con esattezza l’anno di fondazione dell’Ordine ospitaliero dei Cavalieri del Tau di Altopascio, in quanto manca il documento inerente all’istituzione dell’ospedale, la cui prima attestazione ci perviene da un atto di donazione risalente al 2 agosto 1084, in cui si fa riferimento ad un ospizio ubicato in loco et finibus ubi dicitur Teupascio. Comunque già intorno al 1080 o negli anni immediatamente seguenti era di certo già nata tale struttura ospedaliera, se è vero che in una bolla del 1154, papa Anastasio IV, fa riferimento a precedenti decime concesse all’ospedale di Altopascio dal vescovo diocesano Anselmo. Essendo l'ospedale rivolto soprattutto all'assistenza dei pellegrini che percorrevano la via Francigena, lungo il cui itinerario si trovava Altopascio, l'ordine adottò come proprio simbolo il “Tau”, tale lettera greca evocava infatti, in primo luogo, la caratteristica forma del bardone dei pellegrini, ma, al tempo stesso si caricava anche di altri contenuti simbolici, quali, ad esempio, il richiamo alla croce.
In alcuni sigilli dell'Ordine il Tau compare anche affiancato alle conchiglie che i pellegrini si procuravano a Santiago di Compostela, sede del pellegrinaggio alla tomba di San Giacomo Maggiore che era anche il santo protettore dell'Ordine.
L'Ordine conobbe l'acme del suo splendore nel XIII secolo divenendo proprietario di vasti territori lungo il percorso della via Franchigena e aprendo delle magioni anche fuori d'Italia (nel 1180 l'Ordine possedeva a Parigi un ospedale ed una cappella), all'epoca della cacciata del duca le sue fortune erano però già declinanti, a causa del coinvolgimento di Altopascio nel conflitto tra Firenze e Pisa-Lucca. L'Ordine fu definitivamente soppresso da papa Sisto V nel 1587 ed i suoi beni ceduti alla milizia di Santo Stefano.

(2) Secondo questa ipotesi, il Mandylion di Edessa, custodito a Costantinopoli nella chiesa palatina della Theotokos del Faro a partire dal 944 e di cui si perde ogni traccia dopo il sacco crociato, non sarebbe altro che la Sindone ripiegata in modo da mostrare solo il volto del Cristo.

Vedi anche le schede su Ducato di Atene e La contea di Lecce e la casa dei Brienne








domenica 21 giugno 2015

Santa Caterina d'Alessandria e Ipazia

Santa Caterina d'Alessandria e Ipazia


Santa Caterina d'Alessandria

Santa Caterina d'Alessandria
Basilica di Santa Caterina, prima metà del XV sec., Galatina
 
La prima passio che riferisce le vicende della sua vita è piuttosto tarda e risale all' XI secolo.
Nata nel 287 in una famiglia nobile e agiata, rimase orfana di entrambi i genitori in giovane età, cresciuta indipendente e nella possibilità di scegliere la propria vita, si dedicò allo studio, circondandosi di sapienti ed eruditi, diventando dottissima soprattutto nella filosofia e nella religione. Era, oltre che di grande ingegno, una giovane bellissima, richiesta in sposa dagli uomini più importanti della città d'Alessandria.
Nel 305 Massimino Daia, insignito da Galerio del titolo di Cesare, fu investito del governo della Siria e dell'Egitto.
Giunto ad Alessandria, Massimino Daia ordinò di sacrificare animali agli dei. Caterina, seguita dallo stuolo dei suoi sapienti, regalmente vestita e nel fulgore della sua bellezza, gli si presentò davanti, contestandogli il diritto di fare una simile imposizione e esortandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità. Massimino, soggiogato dalla grazia di Caterina, decise che la donna sostenesse le sue idee davanti a una commissione di cinquanta filosofi alessandrini.
Ma nel corso di questo incontro Caterina, oltre a controbattere i loro ragionamenti, riuscì a convertirli in blocco alla fede cristiana. Per questa conversione così pronta, Massimino li fece immediatamente mettere al rogo. Poi richiamò Caterina e le propose di sposarla. Dinanzi al netto rifiuto della Santa ne ordinò la fustigazione ma ella persistette nel rifiutare le nozze ribadendo la sua fede in Cristo suo sposo. Allora Massimino ordinò che fosse sottoposta al supplizio delle ruote dentate ma gli uncini e le lame si piegarono sulle tenere carni di Caterina, le ruote s'infransero e la Santa non ebbe la minima scalfitura.
Caterina fu allora imprigionata e tenuta senza mangiare e senza bere ma una colomba bianca le portava ogni giorno ciò di cui aveva bisogno, tanto che, quando la prelevarono da quell'orrido carcere, stava bene come quando vi era entrata. Allora Massimino dispose che venisse decapitata. Quando la spada del carnefice spiccò la testa dal suo collo, dalla ferita, anzichè il rosso sangue sprizzò invece candido latte. Dio non permise che il suo corpo venisse deturpato e una schiera di angeli ne prese le spoglie e ricompostele le sollevò in volo andandole a deporre sul monte Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) è chiamata Gebel Katherin. Agli inizi del IX secolo, i monaci del monastero fondato nel 328 da Sant'Elena ai piedi del Gebel Musa ritrovarono i suoi resti e li traslarono nella chiesa del monastero che venne ridedicato alla Santa.

Santa Caterina d'Alessandria 
Basilica di S.Lorenzo fuori le mura, seconda metà dell'VIII secolo, Roma

Quasi coeva al ritrovamento dei resti della Santa è la sua prima raffigurazione conosciuta, testimonianza del culto a lei tributato: la santa compare infatti accanto a S.Andrea, S.Giovanni evangelista e S.Lorenzo in un affresco rinvenuto nella basilica romana di San Lorenzo e riferibile alla seconda metà dell'VIII secolo. Della figura della santa si è conservata solo parte del volto e la parte superiore del corpo ma è identificata esplicitamente come S.Caterina dalla didascalia che corre in verticale. Un'iscrizione posta alla base dell'affresco ne ricorda il committente (Iohannes qui Maximus pr[es]b[iter] et monachus) e l'autore (Crescentius infelix pictor).

Ipazia
Nata ad Alessandria, probabilmente nel 370, fu allieva e collaboratrice del padre, il filosofo, matematico e astronomo Teone (non è invece noto il nome della madre) di cui proseguì gli studi. Fin dal 393 risulta a capo della comunità scientifica alessandrina, erede del Museion fondato da Tolomeo I nel 305 a.C. e distrutto insieme alla famosa Biblioteca nel corso della guerra tra Aureliano e la regina Zenobia (270 c.ca).
I cosiddetti Decreti teodosiani – emessi tra il 391 ed il 392 in attuazione dell'Editto di Tessalonica del 380 che riconosceva il Cristianesimo come religione di Stato – avevano decretato la soppressione dei culti pagani e la chiusura di tutti i templi ad essi dedicati. Ad Alessandria il vescovo Teofilo era riuscito a farsi assegnare il tempio di Dioniso per trasformarlo in chiesa. Questa decisione scatenò la ribellione dei pagani che si scontrarono nelle strade con i cristiani, dopo che questi ultimi avevano malmenato, torturato e ucciso i sacerdoti del tempio di Dioniso. I pagani si asserragliarono quindi nel Serapeo e, sotto la guida di Olimpio - il sacerdote del tempio – che li esortava a morire piuttosto che rinnegare la fede dei padri, si prepararono a resistere all'attacco della guarnigione imperiale e dei fanatici cristiani agli ordini del vescovo. Nonostante lo stesso imperatore Teodosio scrivesse a Teofilo chiedendogli di concedere il perdono ai pagani, questi ordinò il loro massacro e la distruzione del Serapeo.
Non è noto l'atteggiamento tenuto da Ipazia durante questi eventi, nè i rapporti che intercorsero tra lei ed il vescovo. La fama di Ipazia e l'affermazione del suo prestigio intellettuale – che si tradussero anche in influenza politica – cominciarono a crescere infatti immediatamente dopo il verificarsi di questi drammatici fatti.
Nel 412, alla morte di Teofilo, gli successe sul trono episcopale il nipote Cirillo che prese a dominare la cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale entrando in conflitto con il prefetto imperiale Oreste.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene (particolare)
Stanza della Segnatura, Palazzi apostolici, Città del Vaticano
 1509-1511
Secondo alcuni autori in questa giovane stante e biancovestita Raffaello avrebbe raffigurato Ipazia

Nel 414, durante un'assemblea popolare, alcuni ebrei denunciarono al prefetto quale seminatore di discordie il maestro Ierace, un sostenitore del vescovo Cirillo, che fu arrestato e torturato. La reazione del vescovo fu durissima: espulse tutti gli ebrei da Alessandria, confiscandone i beni e trasformando in chiese le sinagoghe. Oreste, per quanto indignato, non potè prendere provvedimenti contro il vescovo poichè il clero era soggetto soltanto al foro ecclesiastico.
Un folto gruppo di Parabolani (1) circondò il carro del prefetto mentre passava per le vie di Alessandria ed iniziò ad insultarlo finchè uno di loro, un certo Ammonio, non scagliò una pietra che colpì in testa il prefetto. Ammonio fu arrestato e torturato a morte nel corso di un regolare processo.
Cirillo rispose facendo trasportare il corpo di Ammonio in una chiesa e lo elevò al rango di martire, come se fosse morto per difendere la sua fede.
L'assassinio di Ipazia maturò nel pieno del conflitto tra il prefetto ed il vescovo. Ipazia era infatti uno dei più ascoltati consiglieri di Oreste con cui si incontrava molto frequentemente. Oreste era riuscito anche ad ottenere dal prefetto del pretorio Antemio – che teneva la reggenza dell'impero d'Oriente durante la minore età di Teodosio II – che fossero riassegnati alla scuola di Ipazia i sussidi governativi sospesi da un precedente decreto caldeggiato da Cirillo.
Il vescovo, da questo momento, cominciò a tuonare ogni giorno dal pulpito della cattedrale cristiana del Cesareion contro questa donna che non la smetteva di dedicarsi ai numeri, alla musica e agli astrolabi. Nel marzo del 415 un gruppo di parabolani, guidati da un predicatore di nome Pietro il Lettore, assaltarono la lettiga che riportava Ipazia a casa e la trascinarono nella cattedrale. Qui Pietro il Lettore la denudò e le cavò gli occhi consegnandola ai parabolani che la fecero letteralmente a pezzi usando dei gusci di conchiglia affilati. Poi misero i suoi poveri resti in dei sacchi di iuta e li portarono esultanti al Cinereon dove li bruciarono insieme alla spazzatura.
Nessuno degli scritti di Ipazia è giunto sino a noi.

Le analogie ed i parallelismi tra la biografia di Santa Caterina e quella di Ipazia, nonchè la scarsità di notizie storiche sulla santa (2) - mentre, viceversa, le vicende di Ipazia sono ben documentate negli scritti degli storici dell'epoca (cfr. Socrate scolastico, Historia Ecclesiastica; Damascio, Vita Isidori) – hanno fatto pensare ad una "cristianizzazione" postuma della figura della scienziata e filosofa alessandrina, che comunque morì pagana, in quella di Santa Caterina.

Note:

(1) I Parabolani (dal greco Παράβολοι o Παραβολᾶνοι, che deriva da παραβάλλεσθαι τὴν ζωήν, che significa letteralmente "coloro che rischiano la vita") furono i membri di una confraternita cristiana che nella Chiesa delle origini si dedicavano sotto giuramento alla cura dei malati, specie degli appestati, e alla sepoltura dei morti, sperando così di morire per Cristo.
La confraternita nacque durante la peste di Alessandria sotto l'episcopato di Dionisio di Alessandria (seconda metà del III secolo). In questo evento sta la giustificazione del loro nome: essi rischiarono la vita (παραβάλλεσθαι τὴν ζωήν) per esporsi a malattie contagiose. Oltre a svolgere opere di misericordia essi costituirono successivamente anche una milizia privata agli ordini diretti del vescovo. All'epoca di Cirillo erano in numero di circa seicento.

(2) Nel 1969 la commemorazione della Santa venne soppressa dai revisori del Calendario liturgico con questa motivazione: "Si elimina la commemorazione di Santa Caterina, iscritta nel Calendario Romano del secolo XIII. Non solo la Passione di Santa Caterina è interamente leggendaria, ma sul suo conto non si può affermare nulla di sicuro”.







lunedì 15 giugno 2015

La contea di Lecce e la casa di Brienne

La contea di Lecce e la casa di Brienne

La contea di Lecce fu istituita dai normanni nel 1055 come dominio personale della casa regnante d'Altavilla.

1.Gualtiero III di Brienne (1200-1205): Tra la Pasqua del 1199 e quella del 1200 Gualtiero III di Brienne sposò Albiria, figlia maggiore del defunto Tancredi d'Altavilla, conte di Lecce (1149-1154 e 1169-1194) e ultimo re normanno di Sicilia (1189-1194).


Tancredi d'Altavilla
da un codice miniato del Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis
di Pietro da Eboli, 1195-1196, (MS.120 II)
Biblioteca Municipale di Berna
 
 Nella primavera del 1200 Gualtiero, accompagnato dalla moglie e dalla suocera Sibilla di Medania, si recò dal papa Innocenzo III – che era tutore del giovane re di Sicilia Federico II - rivendicando la contea di Lecce e il principato di Taranto, che erano stati concessi nel dicembre del 1194 da Enrico VI a Guglielmo III, figlio di Tancredi d'Altavilla, e a sua madre Sibilla, ma gli erano stati tolti dopo pochi giorni.
Il papa riconobbe le rivendicazioni di Albiria sulla contea di Lecce e sul principato di Taranto, sebbene ancora nel settembre del 1199 avesse assicurato la sua protezione a Roberto di Biccaro, insediato da Enrico VI nella contea di Lecce e contro il parere del cancelliere del regno di Sicilia Gualtiero di Palearia che organizzò la resistenza sul continente.
Gualtiero attaccò nell'estate del 1201 Teano, espugnandola, e si rivolse poi contro Capua, dove Dipoldo di Acerra guidava la resistenza.
Il 10 giugno 1201 conseguì una brillante vittoria costringendo alla fuga l'esercito di Dipoldo.
Il 23 giugno attaccò la città di Venafro incendiandola, per poi proseguire, in luglio, verso la Puglia, dove resistettero soltanto Monopoli e Taranto, mentre si sottomisero Melfi, Montepeloso, Matera, Otranto, Brindisi, Barletta e Lecce.
A partire dalla seconda metà del 1201, Sibilla di Medania appare come titolare della contea di Lecce, mentre il conte Roberto di Biccaro, che probabilmente si era sottomesso a Gualtiero, conservò il titolo comitale e il feudo di Ostuni.
Nel 1203, quando in autunno Gualtiero si recò ad Anagni in visita a papa Innocenzo III, scoppiò una rivolta contro il suo regime ritenuto oppressivo a cui parteciparono le città di Brindisi, Otranto, Gallipoli, Matera e Barletta.
L'anno successivo Gualtiero attaccò la Campania dove molti castelli erano in mano a capitani tedeschi a lui ostili.
Nel 1205 assediò Dipoldo di Acerra a Sarno, ma l'11 giugno si lasciò sorprendere disarmato nella sua tenda e fu preso prigioniero. Gravemente ferito nel corso della cattura, morì tre giorni più tardi, il 14 giugno. Fu sepolto nella chiesa di S. Maria della Foce presso Sarno.

Pochi giorni dopo la sua morte, la vedova Albiria partorì un figlio a cui venne dato il nome di Gualtiero IV. La contea di Lecce ed il principato di Taranto vennero però confiscati ed assegnati alla casa regnante sveva.

Il giovane Gualtiero IV fu così inviato in Terrasanta dove il fratello del padre, Giovanni di Brienneera il sovrano del Regno di Gerusalemme. Nel 1221 il re gli assegnò la contea di Jaffa e di Ascalona, e nel 1233 gli organizzò il matrimonio con Maria Lusignano, figlia di Ugo I di Cipro.
Catturato dai mamelucchi e portato prigioniero al Cairo dopo la disastrosa sconfitta nella battaglia di Harbiyya (17 ottobre 1244), Gualtiero IV morì nel 1246 strangolato da una guardia araba.

2. Ugo di Brienne (1271-1296): Secondogenito di Gualtiero IV e Maria Lusignano, Ugo di Brienne successe al fratello maggiore Giovanni dopo la sua morte (1260 c.ca) ed ereditò la contea di Brienne, in Francia, e la titolarità dei possedimenti che la famiglia reclamava in Italia meridionale, il principato di Taranto e la contea di Lecce, che erano stati confiscati nel 1205.

Recatosi in Francia per prendere possesso della contea, nell'estate del 1269 risulta ancora lì, impegnato a risolvere le faccende del suo possedimento. Pare che solo in questi anni sia entrato in contatto con il re di Sicilia Carlo I d'Angiò (si deve escludere la sua partecipazione alla lotta dell'Angiò contro Manfredi e Corradino di Hohenstaufen), al quale era legato anche da oscuri rapporti di parentela, come si desume dalla circostanza che Carlo usava qualificarlo come "consanguineus". Soltanto nel 1273 si trasferisce però in Italia, dove re Carlo gli aveva concesso già dal 1271 la contea di Lecce, posseduta più di mezzo secolo prima dal nonno, Gualtiero III di Brienne.
Sin dall'autunno del 1274 Ugo risulta impegnato nei preparativi di una spedizione in Grecia la cui destinazione precisa non è nota seppure è evidente che rientravano nell'ambito della politica espansionistica angioina in Oriente.
Nell'estate del 1276 si trasferisce in Grecia, dove sposa nel 1277, ad Andravida, Isabella de La Roche, sorella del duca di Atene, Giovanni I de La Roche, e vedova di Goffredo di Bruyères, barone di Caritena e vassallo del principe di Acaia, che gli porta in dote la metà della baronia di Caritena suo appannaggio vedovile. Isabella de La Roche, che lo lascerà vedovo nel 1279, gli partorirà due figli Gualtiero e Agnese.
Nel 1282, mentre si trova in Italia immerso nei preparativi della spedizione angioina in Oriente contro l'Impero bizantino, scoppia la rivolta dei Vespri siciliani e ad Ugo viene ordinato di raggiungere con le sue navi, già pronte per salpare per l'Oriente, le truppe angioine che si stanno radunando in Calabria per contrattaccare. Posto al comando della marina da guerra angioina nel luglio del 1283, il 5 giugno del 1284 viene sconfitto e fatto prigioniero in uno scontro al largo di Napoli con la flotta aragonese al comando di Ruggero di Lauria.
Nel 1285, mentre Ugo si trova probabilmente ancora prigioniero a Messina, Ruggero di Lauria prende Gallipoli e mette a sacco Lecce. Liberato in una data imprecisata dopo l'esborso si un forte riscatto, fu nuovamente catturato – e successivamente rilasciato - dall'ammiraglio aragonese nel 1287, dopo un'altra sconfitta al largo delle acque di Sorrento.
Nel 1289-1290 è di nuovo in Grecia, dove nel 1291 sposa in seconde nozze Elena Dukaina Comnena, figlia di Giovanni I Dukas Comneno, Signore della Tessaglia (Neopatras), e vedova del duca di Atene Guglielmo I de La Roche nonchè madre del giovane duca Guido II. Dal secondo matrimonio nascerà Giovanna di Brienne che sposerà (1330) il duca di Naxos Niccolò I Sanudo.
Ugo di Brienne si trovò così ad assumere la reggenza del ducato d'Atene e la tutela per il nipote minorenne, Guido II de La Roche.
Tornato in Italia dopo che il nipote aveva raggiunto la maggiore età, nel 1294 prestò per lui l'omaggio feudale alla corte angioina. Al riaccendersi della guerra angioino-aragonese dopo l'elevazione di Federico d'Aragona a re di Sicilia all'inizio del 1296, Ugo di Brienne, che aveva fatto la spola tra Grecia e Italia, ai primi di luglio fu nominato capitano generale della Terra di Otranto e di tutta la Puglia, con il compito specifico di difendere Brindisi.
Ai primi di agosto del 1296 tutta la zona a lui affidata fu attaccata dai siculo-aragonesi che occuparono anche Lecce. Nel corso di questo attacco egli deve avere trovato la morte, pare il 9 agosto, in uno scontro presso Gagliano. Il 27 agosto Carlo II d'Angiò ordinò di riconoscere come conte di Lecce il figlio Gualtiero V di Brienne.

3. Gualtiero V di Brienne (1296-1311): Nato probabilmente nel 1278, Gualtiero V trascorse diversi anni della sua giovinezza in Sicilia, prigioniero degli aragonesi nel castello di Augusta, come ostaggio per il padre. Alla morte del padre ereditò la contea di Brienne e quella di Lecce. Recatosi in Francia e raccolto un piccolo esercito, nell'estate del 1299 si presentò a Catania al comando di trecento cavalieri e si mise a disposizione del duca di Calabria, Roberto d'Angiò, per partecipare alla lotta contro gli aragonesi e vendicare la morte del padre. Catturato mentre combatteva sotto le mura del castello di Gagliano, fu rinchiuso nel castello di Catania e liberato soltanto dopo la pace di Caltabellotta (1302).
Tornato in Francia sposò Giovanna di Chatillon (1305) da cui avrà due figli, Gualtiero e Isabella.
Nel 1308 morì senza lasciare eredi diretti il duca di Atene Guido II de La Roche, suo cugino di primo grado nonchè fratellastro, ed il parlamento ducale lo elevò al titolo di duca.
Assunto il comando del ducato, ingaggiò i mercenari della Compagnia catalana per difendere il ducato dalle mire espansionistiche del Despotato d'Epiro e dell'Impero bizantino.
Morì il 15 marzo del 1311 insieme al fior fiore della nobiltà del ducato affrontando la Compagnia catalana, che gli si era rivoltata contro, nella battaglia di Halmyros.
Nel 1348 il figlio Gualtiero VI fece trasferire a Lecce, dove fu successivamente seppellita nella chiesa di S. Croce, la testa del padre che secondo alcune fonti gli era stata troncata nel corso della battaglia.

4. Gualtiero VI di Brienne (1311-1356): Alla morte di Gualtiero V la vedova, Giovanna de Châtillon, con i figli Gualtiero e Isabella, dovette fuggire precipitosamente dall'Attica e riparare nei feudi di Terra d'Otranto e a Napoli. Il giovane Gualtiero fu educato alla corte di Napoli. Da allora quello di duca di Atene fu soltanto un titolo; alla famiglia, in Oriente, rimasero solo i possessi di Argo e Nauplia in Morea e qualche terra nell'isola di Cipro, ma del ducato di Atene, conquistato dalla Compagnia catalana e poi passato nelle mani degli Aragonesi di Sicilia, la famiglia dei conti di Brienne non tornò più in possesso effettivo.

Negli anni successivi, la duchessa madre Giovanna sperperò ingenti somme del patrimonio di famiglia nel tentativo di finanziare improbabili progetti di riconquista del ducato perduto tanto che nel 1321, raggiunta la maggiore età, il figlio Gualtiero VI le intentò una causa in Francia – che perse - con il fine di non riconoscere i debiti che ella aveva acceso sui beni di famiglia.
Per ovviare alle ristrettezze economiche, il giovane duca pensò di fare un buon matrimonio, non fra la nobiltà di Francia, ma fra quella del Regno di Napoli, nel quale è probabile che in quegli anni egli si trattenesse stabilmente, e nello stesso anno sposò Beatrice di Taranto, figlia di Filippo di Taranto, fratello del re Roberto d'Angiò (1309-1343).
Negli anni seguenti si preparò a tentare la riconquista del ducato di Atene sempre in possesso della Compagnia catalana e nell'agosto del 1331, con l'appoggio di re Roberto e la benedizione del papa, sbarcò nei pressi di Arta con 800 cavalieri francesi, 500 fanti toscani e altre genti d'arme di Puglia. Riuscì ad occupare Arta e a costringere il despota epirota Giovanni II Orsini a riconoscere la sovranità angioina ma non potè far molto contro i castelli i cui si rinchiusero i catalani: un fallimento completo che costò a Gualtiero molto denaro e la perdita del suo unico figlio.
Nell’agosto del 1341 si aprirono le ostilità tra pisani e fiorentini per il possesso della città di Lucca. Mentre si trovava ad Avignone, Gualtiero fu avvicinato da mercanti fiorentini ivi residenti, a nome della Balìa dei Venti, che a Firenze aveva ricevuto i pieni poteri per la condotta della guerra. Gli fu offerta la carica di capitano generale, benché si fosse o si stesse per entrare in trattative per la stessa carica anche con Malatesta Malatesta, che di fatti assunse il comando delle forze fiorentine il 1 febbraio 1342, per la durata di sei mesi. Diretto a Napoli, Gualtiero VI, alla testa di cento cavalieri, si fermò a Firenze dove accettò formalmente l’incarico militare offertogli a decorrere dal 1 agosto, quando sarebbe scaduto il mandato del Malatesta. Raggiunta Napoli, reclutò altre milizie e tornò in maggio, partecipando con onore ad alcuni combattimenti contro i pisani sul Serchio.
Nelle adunanze dei Consigli del capitano del popolo e del podestà, tenute il 31 maggio e il 1 giugno 1342, passò la proposta di conferire al duca di Atene il titolo di difensore del Comune di Firenze, di parte guelfa, di conservatore e protettore della città, a partire dal decorso 26 maggio fino al 13 aprile dell'anno venturo (1343); e il titolo di capitano generale della guerra a partire dal 1 agosto successivo (1342), data di scadenza dell'ingaggio di Malatesta, sul conto del quale correvano oscure voci di tradimento.
Il 6 luglio 1342 la guarnigione fiorentina di Lucca, abbandonata a se stessa, capitolava e la città passava sotto il dominio pisano.
La caduta di Lucca fece lievitare il malcontento dei ceti popolari contro i responsabili, cioè tutto il ceto dirigente fiorentino costituito dall'alta borghesia affaristica. Costoro trovarono comodo nascondersi dietro il nome del duca e scaricare su di lui le responsabilità future, fra le quali, inevitabile, quella della pace con Pisa e la relativa rinuncia a Lucca. Con questo scopo, con provvisione del 9 e 11 luglio 1342, furono accresciuti i poteri del duca, attribuendogli anche le funzioni ordinariamente spettanti al capitano di custodia contro coloro che tramassero per sovvertire lo Stato fiorentino.
Il duca usò gli ampi poteri conferitigli per consolidare la sua posizione, accattivandosi il favore popolare mettendo a morte alcuni dei comandanti militari considerati responsabili dell’infelice esito della guerra (tra i quali Giovanni dei Medici).
Venuta a spirare, probabilmente nell'agosto 1342, la balìa conferita ai Venti (contro i quali poi avvierà un'inchiesta per ruberie), il duca si trovò la spianata la strada verso il conseguimento di una signoria piena.
L'8 settembre, con il parlamento riunito in piazza della Signoria, grazie all'appoggio di gran parte della nobiltà e dei ceti popolari, il duca fu acclamato “Signore a vita” ed insediato in Palazzo Vecchio.
Il 9 ottobre il duca firmò la pace con Pisa, ponendo fine alla guerra insipientemente condotta dalla borghesia fiorentina.
Il duca intraprese quindi una politica fiscale che colpiva soprattutto la borghesia fiorentina, risparmiando i ceti popolari, destinandone gli introiti alla realizzazione di opere pubbliche e alla fortificazione di Palazzo Vecchio (cfr. La scala segreta del duca Gualtieri) oltre che alle proprie tasche. Pur non intaccando gli interessi economici del ceto nobiliare, nondimeno il duca estromise i suoi rappresentanti dalla gestione del potere, facendosi affiancare da un consiglio formato quasi interamente da stranieri ad eccezione di Cerrettieri Visdomini, membro peraltro malfamato dell'illustre casata.
Il 26 luglio 1343 scoppiò un'insurrezione capeggiata dal vescovo Angelo Acciaiuoli e da Pietro Bardi. Il duca si asserragliò a Palazzo Vecchio mentre venivano assaltati il carcere delle Stinche, dove erano stati rinchiusi gli oppositori, ed il palazzo del podestà e vicario del duca Baglione de' Baglioni che riuscì a salvare la vita soltanto grazie alla protezione degli Albizzi.
Il 1 agosto il duca cedette e rinunciò ad ogni potere sulla città. Per sottrarlo al furore popolare, fu trattenuto ancora alcuni giorni nel palazzo; poi, nella notte fra il 5 e il 6 agosto, fu scortato fino al castello dei conti Guidi a Poppi nel Casentino.

Stefano Ussi, La cacciata del duca di Atene, 1860,
Galleria d'Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze

Al centro del quadro è rappresentato Gualtiero di Brienne, incerto se firmare o no la rinuncia alla signoria di Firenze e sollecitato a farlo da un soldato ferito; accanto a lui Cerrettieri Visdomini, uno dei suoi funzionari di cui l'insurrezione chiedeva la testa, e a sinistra i capi delle congiure (le congiure furono tre) e tra questi, in primo piano, l’arcivescovo Angelo Acciaioli. (cfr. anche La cacciata del Duca di Atene dell' Orcagna).
 
Andrea di Bonaiuto, Crocefissione (particolare), 1365-1367,
Cappellone degli Spagnoli, chiesa di S.Maria Novella
Firenze
 
Secondo alcuni Gualtiero VI di Brienne sarebbe raffigurato anche nei panni del centurione Longino nella Crocefissione di Andrea di Bonaiuto affrescata nel Cappellone degli Spagnoli.

Tornato in Francia, nel 1344 sposa in seconde nozze Giovanna di Brienne, figlia del conestabile del regno, Raoul. Dal matrimonio nasceranno due figlie, Giovanna e Margherita, morte entrambe in giovane età.
Nel 1352 tornò in Italia dove correva il rischio di perdere i suoi feudi, perché su questi aveva messo gli occhi il potente conte di Caserta, Filippo de la Rath*. Il duca difese vigorosamente le sue terre e strinse i suoi nemici nell'allora munitissima città di Taranto, per espugnare la quale non ebbe forze sufficienti. Nello stesso anno fondò a Lecce il convento e la chiesa di S.Croce dove fece tumulare la testa del padre.

Le armi del Regno di Gerusalemme - di cui la casa di Brienne rivendicava la titolarità - sul portale di destra dell'attuale chiesa di S.Croce a Lecce.

Nel 1355, in uno dei momenti più difficili della guerra dei Cent'anni tornò in Francia, nominato conestabile del Regno da re Giovanni II di Valois, cadde l'anno successivo combattendo contro gli inglesi nella battaglia di Poitiers (19 settembre 1356).

* Nel 1335, Filippo de la Rath aveva sposato Caterina d' Aunay che gli aveva portato in dote la contea di Alessano, il cui territorio confinava con quello della contea di Lecce. Per parare un eventuale attacco, che puntualmente si verificò qualche anno più tardi in concomitanza con la sua assenza dall'Italia, Gualtieri VI fece costruire il castello di Morciano.
 
5. Isabella di Brienne (1356-1357): Alla morte di Gualtiero VI, che non lasciò eredi diretti, i suoi titoli furono ereditati dalla sorella Isabella. Rimasta vedova nel 1345 del marito Gualtiero III d' Enghien decise di dividere i titoli e possedimenti tra i suoi figli maschi mentre era ancora in vita. Nel 1357 il figlio Giovanni d'Enghien fu quindi insignito del titolo di conte di Lecce.
 
Armi degli Enghien - de Brienne

6. Giovanni d'Enghien (1357-1372): Sposò Sancia del Balzo da cui ebbe tre figli (Pietro, Maria e Francesca).


7. Pietro d'Enghien (1372-1384): Figlio di Giovanni, sposa Margherita di Lussemburgo ma muore senza aver avuto figli.


8. Maria d'Enghien (1384-1407 e 1418-1446): Nata nel 1367, divenne contessa di Lecce a soli diciassette anni, alla morte del fratello maggiore Pietro. L'anno seguente sposò Raimondello Del Balzo Orsini, secondogenito del conte di Nola, Nicola Orsini, che, benchè Maria avesse riservato per sè il titolo di contessa di Lecce, esercitò di fatto la piena sovranità sulla contea.
Nello scontro dinastico per il trono del Regno di Sicilia tra Ladislao I d’Angiò-Durazzo e Luigi II d’Angiò, Raimondello seguì la politica opportunistica quanto abile della «doppia lealtà» per schierarsi al momento decisivo al fianco del vincitore Ladislao I d'Angiò. Ricompensa per questo doppio gioco fu l’investitura, il 9 maggio 1399, da parte di Ladislao, del Principato di Taranto (il più importante feudo del Regno) che lo rese signore assoluto della Terra d’Otranto, giacchè poco prima, alla morte del padre, aveva ereditato anche la piccola contea di Soleto.

Armi dei Del Balzo Orsini

Nel 1405, Raimondello, che aveva ripreso i contatti con Luigi II d'Angiò, si ribellò a Ladislao ma il 17 gennaio morì improvvisamente. La contessa proseguì la ribellione del marito, tenendone nascosta la morte fino al 1 marzo, quando con i suoi quattro figli (Giovanni Antonio, Gabriele, Maria e Caterina) lasciò Lecce per Taranto, più facile da difendere e approvvigionare.
La contessa preparò la città all'assedio, assoldando truppe mercenarie agli ordini del nipote del marito Francesco Orsini e stringendo contatti con i nemici di Ladislao.
Il 14 aprile Ladislao iniziò l’assedio che dovette interrompere dopo quasi due mesi senza grandi risultati.
Ai primi di marzo del 1407, Francesco Orsini passò al servizio di Ladislao con tutte le sue truppe.
Perso anche l'appoggio del papa Innocenzo VII, Maria si rese conto che non avrebbe potuto resistere ad un nuovo assedio.

Maria d'Enghien (?)*

Quando Ladislao pose nuovamente l’assedio a Taranto, il 16 aprile 1407, Maria avviò quindi rapidamente delle trattative che portarono al suo matrimonio con il re, celebrato il 23 aprile 1407 nella cappella di san Leonardo nel castello di Taranto.
Il Principato di Taranto e le contee di Lecce e Soleto furono incorporate nel Demanio della corona mentre Maria ed i figli raggiunsero Napoli il mese successivo. Qui, fino alla morte del re (1414), risiedette a Castelnuovo dove fu sottoposta ad un regime di restrizione insieme ai due figli maschi soltanto dopo l'ascesa al trono della sorella di Ladislao, Giovanna II d'Angiò-Durazzo, che vedeva in loro dei possibili pretendenti.
L'arrivo a Napoli (agosto 1415) del futuro consorte della regina, Giacomo II di Borbone, conte di La Marche, segnò una svolta nel destino della contessa, giacchè questi organizzò il matrimonio della figlia Caterina con Tristano Chiaromonte (di Clermont), uno dei cavalieri del suo seguito.
Per questa ragione alla fine del 1415, o al più tardi agli inizi del 1416, la regina le restituì la libertà, mentre i due figli Giovanni Antonio e Gabriele rimasero reclusi sino alla fine del 1417 o agli inizi del 1418.
Nel 1418 sia a Maria che al figlio maggiore Giovanni Antonio furono restituiti i feudi che nel 1407 Ladislao aveva incorporato nel Demanio, ad eccezione del Principato di Taranto che fu assegnato a Giacomo II.
Nel maggio 1419 Giacomo II, estromesso dalla regina Giovanna dalla gestione del potere a favore del suo amante Sergianni Caracciolo, diede seguito ad una ribellione asserragliandosi a Taranto, dove fu assediato dalle truppe di Maria e Giovanni Antonio che lo costrinsero e restituire la città e a rinunciare ai suoi diritti sul principato.
Il 4 maggio 1421 Giovanni Antonio fu investito anche formalmente da Giovanna II del Principato di Taranto.

Giovanni Antonio Del Balzo Orsini
stampa, 1500-1550 c.ca, Museo Civico Pinacoteca
Palazzo ducale di Urbania

Dal 1420 Maria d'Enghien – che continuò sempre a intitolarsi regina di Napoli - risiedette quasi esclusivamente a Lecce (cfr. scheda La torre di Belloluogo) e si occupò soprattutto dei suoi feudi, per l'amministrazione dei quali disponeva di una propria cancelleria e di un proprio ufficio camerale. In questi anni fece edificare per il primo marito Raimondello un monumento funebre nella basilica francescana di Santa Caterina d'Alessandria a Galatina, commissionata da Raimondello stesso quale tempio familiare e successivamente completata da Giovanni Antonio.
Morì a Lecce il 9 maggio 1446 e fu sepolta nella chiesa di S. Croce. La sua tomba venne dispersa quando la chiesa originaria – successivamente ricostruita in altro loco – venne demolita nel corso dei lavori di ristrutturazione del castello voluti da Carlo V nella prima metà del XVI secolo.
Alla committenza di Raimondello Del Balzo Orsini e di Maria d'Enghien, nonché del figlio Giovanni Antonio, amanti e protettori delle arti, si devono opere come la Basilica di Santa Caterina a Galatina e la chiesa di Santo Stefano e la cosiddetta Guglia di Raimondello a Soleto.

* Secondo alcuni autori, Maria d'Enghien sarebbe ritratta nella figura della sposa nella rappresentazione del sacramento del Matrimonio nella volta della basilica di Santa Caterina a Galatina.


Narrativa moderna e contemporanea:

Vittorio L. Perrera, Il custode delle reliquie, Ananke, 2010.
Un avvincente giallo storico-archeologico ambientato sul finire degli anni '70 del XX secolo tra Firenze e la Terra d'Otranto alla ricerca della sacra reliquia posseduta dalla casa di Brienne, con accurate e dettagliate descrizioni dei luoghi dove si svolge la trama.