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lunedì 12 febbraio 2018

La Torre Secchi

La Torre Secchi


All'altezza dell'abitato di Santa Maria delle Mole il tracciato della via Appia Antica è tagliato dai binari della ferrovia Roma-Velletri e da Viale della Repubblica. Oltrepassato quest’ultimo, la strada inizia a salire in direzione dei Colli Albani, finché all’altezza di Frattocchie – pressappoco all'XI miglio dell'antico tracciato - si congiunge con la via Appia Nuova. Alcune centinaia di metri prima di questa convergenza, sulla sinistra si possono vedere i resti di alcuni recinti funerari e il cosiddetto “Sepolcro con torre”.
Il monumento, che non conserva più nulla del rivestimento originario, presenta un basso basamento quadrangolare in calcestruzzo di selce, al centro del quale si apre la camera sepolcrale anch’essa rivestita all’esterno in opera cementizia. Alla cella si accede da un breve corridoio, attualmente chiuso da un cancello, che si apre sul lato meridionale della tomba. La camera sepolcrale è a pianta quadrata con volta a botte in blocchi di tufo; su ciascuna delle pareti, eccetto quella di entrata, è ricavata una nicchia in cui trova posto l’urna per accogliere le ceneri del defunto. La presenza delle urne funerarie e alcune caratteristiche architettoniche (pianta della cella, uso dell’opera quadrata) fanno datare il sepolcro presumibilmente al I sec.


Sulla sommità del monumento si alza una piccola torre in laterizi e pietrame di tufo. Essa fu fatta realizzare – probabilmente sui resti di una torretta di avvistamento medioevale - nel 1855 dall’astronomo padre Angelo Secchi (1818-1878) nei pressi del caposaldo B della base geodetica utilizzata per le misurazioni trigonometriche. Tale base aveva come altro estremo il caposaldo A posto nei pressi del mausoleo di Cecilia Metella. All'interno della torretta si trova inoltre un pilastro anch'esso utilizzato per le misurazioni trigonometriche.
Nel 2013 è stato ritrovato nei pressi del sepolcro un blocco di marmo che copriva il caposaldo B posto da Secchi; quello che copriva il caposaldo di Cecilia Metella era stato rinvenuto già nel 1999.

Il chiusino e un frammento di cornice che coprivano il caposaldo B

Note:

(1) Padre Secchi, allora direttore del Nuovo Osservatorio Astronomico del Collegio Romano, raccolse l'invito dell'archeologo Luigi Canina di eseguire la livellazione della via Appia e misurare la distanza delle pietre miliarie ritrovate per poter ragguagliare il miglio romano al metro.
Il caposaldo B di Frattocchie peraltro, era già stato fissato nel 1751 dai gesuiti Boscovich e Maire, ma se ne erano perse le tracce. Padre Secchi colse l'occasione per verificare anche l'esattezza della misurazione da loro ottenuta che era stata posta in discussione dalla scuola francese.
L’attività di padre Secchi è ricordata anche da una lapide posta su un sepolcro detto Torre Capo di Bove al IV miglio dell’Appia.

domenica 21 gennaio 2018

Il sepolcro degli Orazi e dei Curiazi ad Albano

Il sepolcro degli Orazi e dei Curiazi ad Albano

Lato nord

Venendo da Roma, il cosiddetto sepolcro degli Orazi e dei Curiazi (1) si trova sulla destra della via Appia, all'altezza del XV miglio, appena superato l'abitato di Albano.

Lato NE
 
Su un parallelepipedo a pianta quadrata (m.15 di lato e 7.50 di altezza) svettavano ai quattro angoli altrettanti torrioni a forma di tronco di cono (ne rimangono in piedi solo due), a cui doveva aggiungersene un quinto (più alto) che si ergeva in posizione centrale su un ampio tamburo circolare. Il podio presenta in basso uno zoccolo modanato ed in alto una cornice a dentelli.
La muratura è in conglomerato cementizio (scaglie di peperino legate con malta) rivestito da blocchi squadrati di peperino.
La camera funeraria si trovava all'interno del torrione centrale, la cui entrata era sul lato sud dell'edificio (quindi non prospettava sull'Appia).

Particolari della modanatura dello zoccolo e della cornice a dentelli

L'attribuzione del sepolcro agli Orazi e Curiazi cominciò a circolare nel XVI secolo (2), tanto che i Savelli fecero apporre sul lato settentrionale dell'edificio una lapide che connotava il monumento in questo senso (3).
Nondimeno, le tecniche edilizie impiegate fanno escludere una datazione all'età arcaica collocandolo piuttosto versò la metà del I sec. a.C.
Secondo alcuni autori potrebbe trattarsi del mausoleo edificato in onore di Pompeo Magno, le cui ceneri furono fatte traslare ad Albano, dove la famiglia aveva ampi possedimenti, dalla vedova Cornelia.
Secondo altra ipotesi, si tratterebbe invece della ricostruzione della tomba del condottiero etrusco Arunte – il figlio del re Porsenna che cadde combattendo contro la Lega latina sotto le mura di Ariccia (507-506 a.C.) - fatta realizzare dalla famiglia aricina degli Azzii che riteneva di discenderne. Quest'ultima ipotesi trova conforto nelle similitudini che l'edificio presenta con la tomba di Porsenna a Chiusi come appare nella descrizione lasciataci da Plinio: Il re venne sepolto presso la città di Chiusi, in un luogo in cui ha lasciato un monumento di forma quadrata fatto di blocchi di pietra squadrati: ogni lato è lungo trecento piedi ed alto cinquanta (…). Al di sopra di questa base quadrata si elevano cinque piramidi, quattro agli angoli e una centrale, che sono larghe alla base settantacinque piedi ed alte centocinquanta; come coronamento hanno sulla punta un disco di bronzo e un unico baldacchino ricurvo che si sovrappone a tutte e cinque e a cui stanno appese, rette da catene, delle campanelle (Plinio, Storia naturale, XXXVI, 19).

G.B. Piranesi, Sepolcro dei tre fratelli Curazj in Albano
da Antichità di Albano e di Castelgandolfo, Roma 1764
 
Nel 1812, Giuseppe Valadier, ricevette da Antonio Canova, in qualità di presidente dell'Accademia di San Luca, l'incarico di restaurare il monumento che versava in condizioni di degrado. I lavori iniziarono però soltanto nel 1828 e terminarono circa dieci anni dopo.

Il monumento (lato sud) come appariva in una fotografi del 1865,
poco dopo il restauro del Valadier


Note:
 
(1) Per la descrizione del duello degli Orazi e dei Curiazi vedi scheda La via Appia: i tumuli degli Orazi edei Curiazi.

(2) Il primo a parlarne è Leandro Alberti nel suo Descrittione di tutta Italia (1550)

(3) La lapide venne rimossa alla fine del XVIII secolo e trasferita nella vicina chiesa della Madonna della Stella.



domenica 14 gennaio 2018

La via Appia: i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi

La via Appia: i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi

Al V miglio della via Appia correva probabilmente l'antico confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa, la città madre, dalla quale Roma era nata attraverso Romolo e Remo.
Durante il regno di Tullo Ostilio (673-641 a.C.), Roma entrò in conflitto con Alba Longa e i due eserciti si schierarono proprio qui, sulle Fossae Cluiliae che segnavano il confine tra i due Stati. Eppure il fatto che i Romani e gli Albani, due nazioni dello stesso sangue, si affrontassero e si massacrassero dovette sembrare empio, e per questo motivo il re di Roma e quello di Albalonga – Muzio Fufezio - decisero di allestire un duello fra 3 Romani e 3 Albani: i famosi fratelli Orazi e Curiazi.
 
Cavalier d'Arpino, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi, 1612-1613
Sala degli Orazi, Musei capitolini, Roma
 
I sei si affrontano e i Curiazi uccidono due Orazi romani. I tre Curiazi pur vittoriosi erano feriti mentre l'Orazio superstite era ancora nel pieno del suo vigore, anche se non ce l'avrebbe fatta ad affrontare tre avversari contemporaneamente. Allora finge di fuggire verso Roma inseguito dai tre Curiazi che correndo si distanziano tra loro. L'Orazio superstite si ferma e affronta e uccide il Curiazo che lo insegue più da presso e quindi riprende a fuggire ripetendo la manovra fin quando non uccide gli altri due consegnando la vittoria ai Romani.

All’altezza del V miglio la strada interrompe il suo rettifilo, assumendo un percorso leggermente curvilineo verso sinistra, per rispettare l’area delle Fossae Cluiliae (1).
Subito prima di un diverticolo della via Appia, sulla destra della strada, si conserva un sepolcro a tumulo, con fondazione circolare in calcestruzzo, sormontato da una torretta cilindrica in blocchetti di tufo, detto Tumulo dei Curiazi.

Tumulo dei Curiazi
 
Questa tomba intanto non è arcaica ma tardo repubblicana, con lo zoccolo circolare che appena si riconosce, il nucleo in calcestruzzo (il calcestruzzo si diffonde nel II sec. a.C.), un gran tumulo di terra e la torretta in alto. Nonostante quello che si potrebbe pensare, la torretta non è medioevale ma antica, e conduce direttamente alla camera funeraria in basso. Evidentemente in origine il tamburo era più alto di come appare oggi e il cono arrivava a coprire interamente la torretta.

Circa 100 metri più avanti, sempre sulla destra, si trovano i cosiddetti Tumuli degli Orazi.
Sono due tombe caratterizzate da un cono basso di terra, simili ai tumuli etruschi che si trovano nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri; non sono particolarmente monumentali, e sicuramente non sono arcaiche perchè una ha la cornice di base in travertino e l'altra in peperino, pietre che si diffondono soltanto a partire dal II-III sec. a.C.

Tumulo degli Orazi A
 
Un tumulo è interamente di terra, l'altro ha invece lo scheletro a raggiera in calcestruzzo per contenere meglio la terra. Questi sepolcri a cono infatti, per contenere bene il terrapieno, avevano in genere una suddivisione interna fatta come gli spicchi di una arancia, a raggiera, in modo da ridurre la spinta sul tamburo.

Tumulo degli Orazi B
 
Gli archeologi dell'inizio del secolo scorso hanno esplorato questi mausolei per vedere se magari sotto c'era una tomba arcaica, visto che c'era la leggenda. Hanno però trovato solo un'urna vuota, quindi non sarebbero tombe vere e proprie ma cenotafi.
Secondo una recente ipotesi, i tumuli furono costruiti o restaurati in età augustea probabilmente come "memoria" di questa tradizione del V miglio - del confine dello Stato Romano con quello di Albalonga e del duello degli Orazi e Curiazi - coerentemente con la politica di Augusto di valorizzare le tradizioni, rivitalizzare gli antichi culti, restaurare gli antichi templi, per riaffermare la supremazia della romanità contro politiche esterofili del tipo di quella di Antonio, visto come il corruttore che introduce i culti e i costumi orientali.
Lo storico Tito Livio nel suo Ab Urbe condita (I,25) cita questi sepolcri come ancora esistenti, specificando che ogni combattente fu sepolto separatamente dagli altri e nel punto in cui cadde: Sepulcra existant quo quisque loco cecidit, duo Romana uno loco propius Albam, tria Albana Romam uersus sed distantia locis ut et pugnatum est. Dal testo sembrerebbe però che i tre tumuli del V miglio siano da attribuire tutti ai Curiazi mentre i due Orazi sarebbero sepolti nei pressi di Alba Longa.

Note:

(1) Questa trincea che correva dalla via Appia alla via Latina segnava il confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa. Prendeva il nome da Gaio Cluilio, il re di Alba Longa che l'aveva fatta scavare verso la metà del VII sec. a.C.




sabato 6 gennaio 2018

Il Triopio di Erode Attico: la Torre valca e il colombario di Costantino

Il Triopio di Erode Attico: la Torre valca e il colombario di Costantino


La Torre Valca (8)

Proseguendo oltre il Ninfeo di Egeria, in direzione di via dell’Almone, si incontra una torre costruita in età medievale per il controllo di un ponte sul fiume Almone (attualmente si conserva un ponticello di legno).

La tecnica edilizia in blocchetti parallelepipedi di tufo e peperino consente di datarla al XII-XIII secolo, ma la struttura è stata interessata da numerose ristrutturazioni. La torre, che era difesa da un antemurale e fornita di ponte levatoio che conduceva direttamente al primo piano, in una fase successiva alla costruzione originaria fu probabilmente sede di una valca (dal longobardo walkan che significa “rotolare”, in riferimento ai rulli utilizzati per lavare la lana. La valca è infatti un mulino ad acqua adibito alla lavorazione e al lavaggio della lana).


Il Colombario di Costantino (7)

Il cosiddetto colombario erroneamente attribuito a Costantino è in realtà un sepolcro a tempietto che risale al II secolo, un sepolcro collettivo in cui venivano deposte, all’interno delle nicchie che si aprivano sulle pareti, le urne con le ceneri dei defunti.

 
Il monumento ha la forma di un tempio in antis, cioè con un protiro originariamente voltato a botte e sostenuto da due colonne posto davanti all’ingresso principale: anche se oggi le colonne sono scomparse, rimangono i due muri laterali sporgenti. Presenta una pianta rettangolare, su due piani, con portico anteriore, costruito in mattoni gialli per le parti strutturali e rossi per i particolari decorativi.
L'ingresso alla camera funeraria

 L’edificio è diviso in due piani: in quello inferiore era localizzata la camera funeraria, a cui si accedeva da una porta sul lato lungo a nord-est, in cui venivano deposti i sarcofagi, mentre al piano superiore, come di consueto, si svolgevano le cerimonie funebri e le feste in onore dei defunti.

L'interno del monumento con le nicchie per le sepolture

Durante il Medioevo l’edificio fu trasformato in mulino: un canale d’acqua regolato da una chiusa entrava nella costruzione facendo girare una macina orizzontale.

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sabato 25 novembre 2017

Lo scisma dei Tre Capitoli

Lo scisma dei Tre Capitoli (scisma tricapitolino)

Per ingraziarsi i monofisiti che godevano di vasti appoggi a corte – tra i quali la stessa imperatrice Teodora, Giustiniano - non potendo rigettare gli atti del concilio di Calcedonia (451) che aveva condannato come eretica la tesi monofisita – con un editto imperiale emanato nel 545 condannò come eretici la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo e una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro.
Questi scritti, raccolti appunto in tre capitoli, erano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore al termine “Theotokos” e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoreto e Iba avevano però successivamente condannato l'eresia nestoriana (1) e per questo Giustiniano evitò di condannarli in toto come eretici.

Nel 553 Giustiniano convocò il concilio di Costantinopoli II in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile fu ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio (537-555), che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553).
Molti vescovi dell'Italia settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano e non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa e con il papa avviando lo scisma.
Il loro dissenso si acuì ulteriormente sotto papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo vari tentativi di chiarimento e persuasione, nel 559 invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Il luogotenente di Giustiniano per la restaurata provincia italica rifiutò però di obbedire alla richiesta del papa.

Nel 568 i Longobardi iniziarono l'invasione dell'Italia settentrionale. Nello stesso anno Paolino I , patriarca della chiesa di Aquileia – tricapitolina e dichiaratasi gerarchicamente indipendente – trasferì la sua sede ad Aquileia nova (Grado) rimasta sotto controllo bizantino.
Nel 586, l'esarca Smeragdo fece tradurre con la forza a Ravenna il patriarca Severo (586-606) e lo costrinse a sottomettersi alla volontà del papa.
Lo scisma aveva però un grande seguito popolare e, rientrato ad Aquileia nova, Severo convocò nel 590 un sinodo a Marano lagunare in cui dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata strappata con la forza e che intendeva perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma.
Cuniperto I
raffigurato al dritto di un tremisse coniato dalla zecca di Pavia (692-693)

I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto (688-700), cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Italia nord-orientale longobarda, tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento cattolico si impose definitivamente non solo sui Longobardi che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli.
Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

Note:
(1) Secondo la dottrina propugnata da Nestorio – il vescovo siriano che fu patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431 – in Gesù convivevano due distinte persone, l'uomo e il Dio. Maria era madre solo della persona umana di Gesù, di conseguenza i nestoriani le riconoscevano il solo attributo di Christotókos, negandole quello di Theotókos. Le tesi nestoriane furono condannate come eretiche dal Concilio di Efeso (431) che riconobbe alla Vergine il titolo di Madre di Dio. A seguito di ciò, l'imperatore Teodosio II rimosse Nestorio dal seggio patriarcale.


domenica 19 novembre 2017

La via Latina: le catacombe dei SS. Gordiano ed Epimaco

La via Latina: le catacombe dei SS. Gordiano ed Epimaco

Si trovanoi al I miglio della via Latina all’altezza del civico 39.
Sono attualmente chiuse al pubblico: per la visita è necessaria un'autorizzazione da richiedere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

L'ingresso alle catacombe
 
Il complesso cimiteriale, che si sviluppa su due livelli ed in origine era composto da due nuclei distinti, risale in gran parte alla seconda metà del IV secolo. Le sepolture sono intensive, i loculi, chiusi da semplici bipedali, risultano utilizzati più volte. Si tratta di deposizioni molto umili che denotano la povertà delle persone qui sepolte.
Gli itinerari altomedievali menzionano inoltre la presenza, nel sopraterra, di una piccola basilica, dedicata ai santi Gordiano ed Epimaco, e di un mausoleo dedicato a Trofimo di cui non rimane più traccia.
Secondo una passio ampiamente leggendaria riportata dagli Acta Sanctorum, Gordiano era un vicario dell'imperatore Giuliano (360-363) ed era un persecutore dei cristiani: fu convertito dal presbitero Gennaro, che gli era stato ordinato di interrogare, e fu battezzato insieme alla moglie Marina e a 53 suoi familiari. Venuto a conoscenza dell'episodio, Giuliano fece imprigionare Gordiano e lo fece decapitare: il suo corpo rimase insepolto per cinque giorni, fino a quando un servo riuscì a seppellirlo in un sepolcro al primo miglio della via Latina, accanto al corpo di Epimaco. Quest'ultimo, cristiano di Alessandria, era stato martirizzato – imprigionato e torturato per essersi rifiutato di sacrificare all'imperatore, fu infine gettato in una fossa piena di calce viva - circa un secolo prima sotto Decio (249-251), successivamente le sue reliquie erano state portate e tumulate a Roma.
La Notitia ecclesiarum urbis Romae, un itinerario per pellegrini noto anche come Itinerario di Salisburgo composto verso la metà del VII secolo, vi ricorda sepolti anche i santi martiri Quarto e Quinto (due chierici capuani martirizzati a Roma nel IV sec.), Sulpicio, Serviliano e Sofia.

L’unico cubicolo affrescato dell’intero complesso – il cosiddetto Cubicolo D - fu scoperto soltanto nel 1955, a seguito dei lavori di fondazione per la realizzazione di un nuovo edificio e presenta una pianta quadrata con tre arcosoli.

 
In una emivolta si osserva al centro Cristo seduto in trono tra gli apostoli Pietro e Paolo, mentre più lateralmente si dispongono due figure, probabilmente gli stessi martiri eponimi Gordiano ed Epimaco, che gli offrono la corona del martirio.

La Resurrezione di Lazzaro
 
Nell'altra emivolta, al centro Adamo ed Eva tentati dal serpente mentre a sinistra si distingue la Resurrezione di Lazzaro.

Susanna tentata dai vegliardi
 
Nella lunetta dell'arcosolio che si apre sulla parete di destra è invece raffigurata Susanna al bagno tentata dai due vegliardi (Daniele, XIII).


martedì 14 novembre 2017

La via Latina: l'ipogeo di Trebio Giusto

La via Latina: l'ipogeo di Trebio Giusto


La scoperta di questo ipogeo - che si trova in prossimità del I miglio della via Latina, al di sotto di una palazzina al civico n.13 di via Giuseppe Mantellini - avvenne casualmente nel 1911, ad opera del proprietario del terreno, il quale, messo in allarme da alcune lesioni che minacciavano il suo villino, volle controllarne le fondamenta, scoprendo così una camera funeraria completamente ricoperta di pitture.
Attualmente l'unica via d'accesso al monumento è una botola situata nei locali di una officina meccanica. La planimetria della camera funebr (C, nella pianta) e è perfettamente quadrata (260 cm. di lato) e l'ingresso originario a cui si arrivava a mezzo di una galleria, ora completamente franata e lungo la quale in epoche successive furono realizzate alcune sepolture ad arcosolio, presenta un arco che introduce al cubicolo.

Nello spessore dell'arco sono dipinti due genietti canefori (portatori di canestri) dai quali parte una decorazione vegetale che va a ricongiungersi sulla sommità dell' arco stesso.
Su ognuna delle due pareti laterali del cubicolo sono scavati tre loculi, mentre la parete di fondo è caratterizzata da un'arcata completamente affrescata, nella parte mediana della quale si apre un profondo arcosolio.

La parete di fondo

Nella lunetta dell'arcosolio è dipinto il ritratto del defunto intorno al quale sono disposti una serie di elementi: la teca calamaria, il rotulo, molte tavolette cerate ed una cista di volumi. Lungo il bordo superiore dell'arcata, si legge la seguente iscrizione: Trebius Iustus et Horonatia Saeverina Filio Maerenti Fecerunt Trebio Iusto Signo Asello Qui Vixit Annos XXI Meses VI Dies XXV (Trebio Giusto ed Horonazia Severina fecero costruire il sepolcro per il meritevole figlio Trebio Giusto, detto Asello, che visse ventuno anni, sei mesi e venticinque giorni).
Sulla parete al di sopra dell'arcosolio un personaggio femminile in dalmatica e un personaggio maschile in tunica corta clavata (presumibilmente i genitori del defunto) sostengono un drappo su cui sono deposti alcuni oggetti: quattro armille, un anello gemmato, un vasetto biansato e molti piccoli oggetti di forma rotonda. Dietro il drappo è seduto un personaggio maschile (molto probabilmente si tratta nuovamente del defunto) in tunica corta clavata che poggia i piedi su un suppedaneo.
Al di sotto dell'arcosolio, al centro è dipinto stante il defunto ai lati del quale si dispongono alcuni lavoratori agricoli accanto ai quali erano un tempo indicati i nomi (rimane leggibile solo quello di Valerius). Sopra il ritratto del defunto campeggia la scritta ASELLAE – PIAE – Z...., intrepretabile come la trascrizione latina della formula augurale greca “Pie Zeses” (letteralmente bevi, vivrai) dove i due dittonghi “ae” sono un errore dello scriba che ricorre anche nella didascalia dell'arcosolio (nelle parole Saeverina e Maerenti).

La parete di sinistra
 
Nella parete di sinistra del cubicolo sono raffigurati alcuni operai intenti alla costruzione di un edificio. Si tratta di un dipinto straordinariamente realistico e quasi unico nel suo genere, in cui viene rappresentato nei dettagli il tipo di impalcatura utilizzato dai muratori romani.

La parete destra
 
Sulla parete di destra si vedono due personaggi, uno, presumibilmente un architetto, con in mano una lunga asta, impartisce ordini all'altro, un capo mastro (?), definito dalla didascalia generosus magister, con in mano una cazzuola e un'assicella che in proporzione dovrebbe rappresentare la misura del piede romano. Alle spalle di queste due figure si vede una costruzione terminata che sembra essere quella cui stanno lavorando gli operai sulla parete opposta.

La parete d'ingresso
 
Nella parete d'ingresso, nella lunetta in alto è dipinta una scena di lavoro agricolo con due personaggi maschili che trasportano cesti di erbaggi. Sulle pareti che fiancheggiano la porta d'ingresso due cavalli (o muli) che trasportano delle ceste o reti piene di sassi sospinti dagli excitatores. Al di sopra del cavallo di sinistra si legge il nome Leporius. In basso a destra si nota una figura provvista di barba e baffi che sembra emergere dal sottosuolo tenendo nella sinistra una lucerna accesa.

La volta
 
Nella volta a crociera campeggia infine la figura del Buon pastore che tiene un flauto nella destra e un bastone nella sinistra ed è fiancheggiata da due pecore.

La particolarità del programma decorativo della tomba ha sollevato negli studiosi che se ne sono occupati non pochi problemi interpretativi. L'unico elemento iconografico chiaramente riconducibile ad un alveo culturale cristiano è infatti la figura del Buon pastore dipinta nella volta. Quasi tutto il resto sembra invece ispirato alla vita reale e alle attività svolte dal defunto in vita sì da farlo identificare come un architetto o un imprenditore edile, oltre che proprietario terriero. Ma un realismo così vivido ed un elogio così enfatico della vita del defunto non hanno raffronti nella pittura cimiteriale cristiana del III-IV secolo (1). Appare inoltre quanto meno strano che se davvero la professione del giovane defunto fosse stata quella di architetto, così bravo da essere celebrato come tale nella decorazione della sua tomba, non se ne faccia alcuna menzione nella epigrafe dell'arcosolio.
Sulla scorta di queste incongruenze Orazio Marucchi (2) ha avanzato un'ipotesi interpretativa che legge l'intero programma decorativo in chiave simbolica e collega le convinzioni religiose del nucleo familiare al credo di una setta eretica gnostica.

Lo Gnosticismo: con il termine gnosticismo si designa un gruppo di correnti filosofico-religiose che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III. Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, di un’intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo studio delle teorie gnostiche erano costituite soprattutto da descrizioni e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori cristiani, in particolare Ireneo (Adversus Haereses) – che fu il primo a designare questa eresia come gnostica - Epifanio (Adversus Omnes Haereses) e Tertulliano (De Praescriptione Hareticorum).
La gnosi è la conoscenza di Dio e delle origini e destino della razza umana per mezzo della rivelazione, trasmessa direttamente dal Cristo ad una ristretta cerchia d'iniziati.
Secondo gli gnostici il Dio supremo e incomprensibile aveva generato per emanazione altri esseri (Aeones) in numero di 30 che dimoravano nel Pleroma (il luogo superiore). L'ultimo degli Eoni, Sophia, si corruppe con la lussuria e precipitò nelle tenebre dando origine al Demiurgo (3) che, coadiuvato da sette Archontes (uno per ognuna delle sette sfere celesti), creò il mondo materiale e gli uomini. Ma la madre Sophia, a sua insaputa, infuse negli uomini la scintilla divina (pneuma) che aspira ad essere reintegrata nel Pleroma. Il Demiurgo e gli Archontes abitavano il Medietas (il luogo di mezzo) mentre gli uomini assieme ai demoni abitavano il Kenoma (il luogo inferiore).
Sophia, rimasta imprigionata nel mondo materiale, è angosciata e disperata per cui il Cristo (un altro Eone), il Salvatore, mosso a pietà, discende attraverso le sette sfere degli Arconti e giunge nel mondo per liberarla ed insegnare agli uomini la vera dottrina.
Dopo la morte, il corpo restava tra le cose del mondo ed era destinato ad essere bruciato assieme a tutte le cose materiali, mentre l'anima dell'iniziato intraprendeva il suo viaggio per ricongiungersi a Dio nel Pleroma. Per far questo doveva però attraversare le sette sfere celesti e poteva farlo grazie alle parole segrete, agli amuleti e alle formule magiche di cui è in possesso e che costringeranno i sette Arconti a lasciargli il passo.

Punti di forza dell'interpretazione in chiave gnostica delle pitture del sepolcro di Trebio Giusto - per la quale rimandiamo al testo di Marucchi – sono: nella parete a sinistra dell'ingresso, la presenza di una donna barbuta (tutti gli Eoni sono maschio e femmina) che tiene in mano una lucerna e sembra emergere dal sottosuolo ed in cui l'autore identifica la Sophia che cerca di liberarsi dalle tenebre.

La donna barbuta

Nei tre registri della parete di fondo – dove il defunto è raffigurato tre volte – sarebbero rappresentati i tre diversi livelli del Kenoma, della Medietas e del Pleroma.

 
In quello inferiore il defunto è nel Kenoma insieme ai contadini che raccolgono la zizzania (i corpi) destinata ad essere bruciata dopo essere stata separata dal grano (le anime degli eletti).
 
 
Nell'arcosolio, l'anima del defunto sarebbe raffigurata nel Medietas, con un volume aperto sulle ginocchia e circondato da tavolette di cera e strumenti di scrittura mentre s'imbeve (cfr. l'iscrizione augurale pie zesis qui posta) di scienza gnostica per poter attraversare le sfere celesti e raggiungere il Pleroma che sarebbe rappresentato nel registro più alto.

 
Qui il defunto è seduto e poggia i piedi su un suppedaneo (simbolo di onore e dignità, giacchè ha ormai raggiunto il Pleroma). Davanti a lui una figura femminile ed una maschile sorreggono un drappo su cui si osservano diversi oggetti, tra questi spicca un anello gemmato (cerchiato in rosso nell'immagine) che potrebbe essere un abraxas, un sigillo in cui era a volte incisa questa parola ritenuta magica e che era in uso presso le sette gnostiche sia come segno di riconoscimento sia come amuleto. Nel Pleroma l'anima è infatti ancora oggetto degli attacchi degli Arconti da cui deve difendersi con rituali magici e talismani.

 
Nella parete sinistra del cubicolo non sarebbe rappresentata una semplice scena di lavoro edile, ma la costruzione della città mistica destinata agli eletti. I due personaggi raffigurati sulla parete di destra sarebbero quindi in relazione con la costruzione della città: a sinistra l'architetto con il bastone di comando e a destra il generosus magister - che tiene in mano il piede romano e guarda verso la città in costruzione sulla parete opposta - che si appresta ad eseguire le istruzioni ricevute.
 
 
Note:
 
(1) La datazione delle pitture non è del tutto certa, alcuni aspetti come i corpi massicci, la gestualità contenuta e le vesti con ornature tipiche dell'età costantiniana, farebbero pensare ai primi decenni del IV secolo mentre i dati paleografici sembrano suggerire una datazione più alta (seconda metà del III sec.).
 
(2) O. Marucchi, L'ipogèo sepolcrale di Trebio Giusto recentemente scoperto sulla via Latina e proposta di spiegazione gnostica delle sue pitture, in Nuovo bullettino di archeologia cristiana, vol. 17, 1911, pag. 209-236.
 
(3) Per alcune correnti gnostiche, il Demiurgo (a volte chiamato Yaldabaoth) s'identificava con Yahweh, il Dio vendicativo del Vecchio Testamento mentre l'Entità Suprema s'identificherebbe nel Dio buono del Nuovo Testamento.

Videografia:

Alberto Angela, in Passaggio a Nord Ovest, 2009