Visualizzazioni totali

domenica 14 gennaio 2018

La via Appia: i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi

La via Appia: i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi

Al V miglio della via Appia correva probabilmente l'antico confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa, la città madre, dalla quale Roma era nata attraverso Romolo e Remo.
Durante il regno di Tullo Ostilio (673-641 a.C.), Roma entrò in conflitto con Alba Longa e i due eserciti si schierarono proprio qui, sulle Fossae Cluiliae che segnavano il confine tra i due Stati. Eppure il fatto che i Romani e gli Albani, due nazioni dello stesso sangue, si affrontassero e si massacrassero dovette sembrare empio, e per questo motivo il re di Roma e quello di Albalonga – Muzio Fufezio - decisero di allestire un duello fra 3 Romani e 3 Albani: i famosi fratelli Orazi e Curiazi.
 
Cavalier d'Arpino, Combattimento degli Orazi e dei Curiazi, 1612-1613
Sala degli Orazi, Musei capitolini, Roma
 
I sei si affrontano e i Curiazi uccidono due Orazi romani. I tre Curiazi pur vittoriosi erano feriti mentre l'Orazio superstite era ancora nel pieno del suo vigore, anche se non ce l'avrebbe fatta ad affrontare tre avversari contemporaneamente. Allora finge di fuggire verso Roma inseguito dai tre Curiazi che correndo si distanziano tra loro. L'Orazio superstite si ferma e affronta e uccide il Curiazo che lo insegue più da presso e quindi riprende a fuggire ripetendo la manovra fin quando non uccide gli altri due consegnando la vittoria ai Romani.

All’altezza del V miglio la strada interrompe il suo rettifilo, assumendo un percorso leggermente curvilineo verso sinistra, per rispettare l’area delle Fossae Cluiliae (1).
Subito prima di un diverticolo della via Appia, sulla destra della strada, si conserva un sepolcro a tumulo, con fondazione circolare in calcestruzzo, sormontato da una torretta cilindrica in blocchetti di tufo, detto Tumulo dei Curiazi.

Tumulo dei Curiazi
 
Questa tomba intanto non è arcaica ma tardo repubblicana, con lo zoccolo circolare che appena si riconosce, il nucleo in calcestruzzo (il calcestruzzo si diffonde nel II sec. a.C.), un gran tumulo di terra e la torretta in alto. Nonostante quello che si potrebbe pensare, la torretta non è medioevale ma antica, e conduce direttamente alla camera funeraria in basso. Evidentemente in origine il tamburo era più alto di come appare oggi e il cono arrivava a coprire interamente la torretta.

Circa 100 metri più avanti, sempre sulla destra, si trovano i cosiddetti Tumuli degli Orazi.
Sono due tombe caratterizzate da un cono basso di terra, simili ai tumuli etruschi che si trovano nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri; non sono particolarmente monumentali, e sicuramente non sono arcaiche perchè una ha la cornice di base in travertino e l'altra in peperino, pietre che si diffondono soltanto a partire dal II-III sec. a.C.

Tumulo degli Orazi A
 
Un tumulo è interamente di terra, l'altro ha invece lo scheletro a raggiera in calcestruzzo per contenere meglio la terra. Questi sepolcri a cono infatti, per contenere bene il terrapieno, avevano in genere una suddivisione interna fatta come gli spicchi di una arancia, a raggiera, in modo da ridurre la spinta sul tamburo.

Tumulo degli Orazi B
 
Gli archeologi dell'inizio del secolo scorso hanno esplorato questi mausolei per vedere se magari sotto c'era una tomba arcaica, visto che c'era la leggenda. Hanno però trovato solo un'urna vuota, quindi non sarebbero tombe vere e proprie ma cenotafi.
Secondo una recente ipotesi, i tumuli furono costruiti o restaurati in età augustea probabilmente come "memoria" di questa tradizione del V miglio - del confine dello Stato Romano con quello di Albalonga e del duello degli Orazi e Curiazi - coerentemente con la politica di Augusto di valorizzare le tradizioni, rivitalizzare gli antichi culti, restaurare gli antichi templi, per riaffermare la supremazia della romanità contro politiche esterofili del tipo di quella di Antonio, visto come il corruttore che introduce i culti e i costumi orientali.
Lo storico Tito Livio nel suo Ab Urbe condita (I,25) cita questi sepolcri come ancora esistenti, specificando che ogni combattente fu sepolto separatamente dagli altri e nel punto in cui cadde: Sepulcra existant quo quisque loco cecidit, duo Romana uno loco propius Albam, tria Albana Romam uersus sed distantia locis ut et pugnatum est. Dal testo sembrerebbe però che i tre tumuli del V miglio siano da attribuire tutti ai Curiazi mentre i due Orazi sarebbero sepolti nei pressi di Alba Longa.

Note:

(1) Questa trincea che correva dalla via Appia alla via Latina segnava il confine tra il territorio di Roma e quello di Alba Longa. Prendeva il nome da Gaio Cluilio, il re di Alba Longa che l'aveva fatta scavare verso la metà del VII sec. a.C.




sabato 6 gennaio 2018

Il Triopio di Erode Attico: la Torre valca e il colombario di Costantino

Il Triopio di Erode Attico: la Torre valca e il colombario di Costantino


La Torre Valca (8)

Proseguendo oltre il Ninfeo di Egeria, in direzione di via dell’Almone, si incontra una torre costruita in età medievale per il controllo di un ponte sul fiume Almone (attualmente si conserva un ponticello di legno).

La tecnica edilizia in blocchetti parallelepipedi di tufo e peperino consente di datarla al XII-XIII secolo, ma la struttura è stata interessata da numerose ristrutturazioni. La torre, che era difesa da un antemurale e fornita di ponte levatoio che conduceva direttamente al primo piano, in una fase successiva alla costruzione originaria fu probabilmente sede di una valca (dal longobardo walkan che significa “rotolare”, in riferimento ai rulli utilizzati per lavare la lana. La valca è infatti un mulino ad acqua adibito alla lavorazione e al lavaggio della lana).


Il Colombario di Costantino (7)

Il cosiddetto colombario erroneamente attribuito a Costantino è in realtà un sepolcro a tempietto che risale al II secolo, un sepolcro collettivo in cui venivano deposte, all’interno delle nicchie che si aprivano sulle pareti, le urne con le ceneri dei defunti.

 
Il monumento ha la forma di un tempio in antis, cioè con un protiro originariamente voltato a botte e sostenuto da due colonne posto davanti all’ingresso principale: anche se oggi le colonne sono scomparse, rimangono i due muri laterali sporgenti. Presenta una pianta rettangolare, su due piani, con portico anteriore, costruito in mattoni gialli per le parti strutturali e rossi per i particolari decorativi.
L'ingresso alla camera funeraria

 L’edificio è diviso in due piani: in quello inferiore era localizzata la camera funeraria, a cui si accedeva da una porta sul lato lungo a nord-est, in cui venivano deposti i sarcofagi, mentre al piano superiore, come di consueto, si svolgevano le cerimonie funebri e le feste in onore dei defunti.

L'interno del monumento con le nicchie per le sepolture

Durante il Medioevo l’edificio fu trasformato in mulino: un canale d’acqua regolato da una chiusa entrava nella costruzione facendo girare una macina orizzontale.

precedente

sabato 25 novembre 2017

Lo scisma dei Tre Capitoli

Lo scisma dei Tre Capitoli (scisma tricapitolino)

Per ingraziarsi i monofisiti che godevano di vasti appoggi a corte – tra i quali la stessa imperatrice Teodora, Giustiniano - non potendo rigettare gli atti del concilio di Calcedonia (451) che aveva condannato come eretica la tesi monofisita – con un editto imperiale emanato nel 545 condannò come eretici la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo e una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro.
Questi scritti, raccolti appunto in tre capitoli, erano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore al termine “Theotokos” e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoreto e Iba avevano però successivamente condannato l'eresia nestoriana (1) e per questo Giustiniano evitò di condannarli in toto come eretici.

Nel 553 Giustiniano convocò il concilio di Costantinopoli II in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile fu ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio (537-555), che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553).
Molti vescovi dell'Italia settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano e non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa e con il papa avviando lo scisma.
Il loro dissenso si acuì ulteriormente sotto papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo vari tentativi di chiarimento e persuasione, nel 559 invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Il luogotenente di Giustiniano per la restaurata provincia italica rifiutò però di obbedire alla richiesta del papa.

Nel 568 i Longobardi iniziarono l'invasione dell'Italia settentrionale. Nello stesso anno Paolino I , patriarca della chiesa di Aquileia – tricapitolina e dichiaratasi gerarchicamente indipendente – trasferì la sua sede ad Aquileia nova (Grado) rimasta sotto controllo bizantino.
Nel 586, l'esarca Smeragdo fece tradurre con la forza a Ravenna il patriarca Severo (586-606) e lo costrinse a sottomettersi alla volontà del papa.
Lo scisma aveva però un grande seguito popolare e, rientrato ad Aquileia nova, Severo convocò nel 590 un sinodo a Marano lagunare in cui dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata strappata con la forza e che intendeva perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma.
Cuniperto I
raffigurato al dritto di un tremisse coniato dalla zecca di Pavia (692-693)

I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto (688-700), cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Italia nord-orientale longobarda, tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento cattolico si impose definitivamente non solo sui Longobardi che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli.
Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

Note:
(1) Secondo la dottrina propugnata da Nestorio – il vescovo siriano che fu patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431 – in Gesù convivevano due distinte persone, l'uomo e il Dio. Maria era madre solo della persona umana di Gesù, di conseguenza i nestoriani le riconoscevano il solo attributo di Christotókos, negandole quello di Theotókos. Le tesi nestoriane furono condannate come eretiche dal Concilio di Efeso (431) che riconobbe alla Vergine il titolo di Madre di Dio. A seguito di ciò, l'imperatore Teodosio II rimosse Nestorio dal seggio patriarcale.


domenica 19 novembre 2017

La via Latina: le catacombe dei SS. Gordiano ed Epimaco

La via Latina: le catacombe dei SS. Gordiano ed Epimaco

Si trovanoi al I miglio della via Latina all’altezza del civico 39.
Sono attualmente chiuse al pubblico: per la visita è necessaria un'autorizzazione da richiedere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

L'ingresso alle catacombe
 
Il complesso cimiteriale, che si sviluppa su due livelli ed in origine era composto da due nuclei distinti, risale in gran parte alla seconda metà del IV secolo. Le sepolture sono intensive, i loculi, chiusi da semplici bipedali, risultano utilizzati più volte. Si tratta di deposizioni molto umili che denotano la povertà delle persone qui sepolte.
Gli itinerari altomedievali menzionano inoltre la presenza, nel sopraterra, di una piccola basilica, dedicata ai santi Gordiano ed Epimaco, e di un mausoleo dedicato a Trofimo di cui non rimane più traccia.
Secondo una passio ampiamente leggendaria riportata dagli Acta Sanctorum, Gordiano era un vicario dell'imperatore Giuliano (360-363) ed era un persecutore dei cristiani: fu convertito dal presbitero Gennaro, che gli era stato ordinato di interrogare, e fu battezzato insieme alla moglie Marina e a 53 suoi familiari. Venuto a conoscenza dell'episodio, Giuliano fece imprigionare Gordiano e lo fece decapitare: il suo corpo rimase insepolto per cinque giorni, fino a quando un servo riuscì a seppellirlo in un sepolcro al primo miglio della via Latina, accanto al corpo di Epimaco. Quest'ultimo, cristiano di Alessandria, era stato martirizzato – imprigionato e torturato per essersi rifiutato di sacrificare all'imperatore, fu infine gettato in una fossa piena di calce viva - circa un secolo prima sotto Decio (249-251), successivamente le sue reliquie erano state portate e tumulate a Roma.
La Notitia ecclesiarum urbis Romae, un itinerario per pellegrini noto anche come Itinerario di Salisburgo composto verso la metà del VII secolo, vi ricorda sepolti anche i santi martiri Quarto e Quinto (due chierici capuani martirizzati a Roma nel IV sec.), Sulpicio, Serviliano e Sofia.

L’unico cubicolo affrescato dell’intero complesso – il cosiddetto Cubicolo D - fu scoperto soltanto nel 1955, a seguito dei lavori di fondazione per la realizzazione di un nuovo edificio e presenta una pianta quadrata con tre arcosoli.

 
In una emivolta si osserva al centro Cristo seduto in trono tra gli apostoli Pietro e Paolo, mentre più lateralmente si dispongono due figure, probabilmente gli stessi martiri eponimi Gordiano ed Epimaco, che gli offrono la corona del martirio.

La Resurrezione di Lazzaro
 
Nell'altra emivolta, al centro Adamo ed Eva tentati dal serpente mentre a sinistra si distingue la Resurrezione di Lazzaro.

Susanna tentata dai vegliardi
 
Nella lunetta dell'arcosolio che si apre sulla parete di destra è invece raffigurata Susanna al bagno tentata dai due vegliardi (Daniele, XIII).


martedì 14 novembre 2017

La via Latina: l'ipogeo di Trebio Giusto

La via Latina: l'ipogeo di Trebio Giusto


La scoperta di questo ipogeo - che si trova in prossimità del I miglio della via Latina, al di sotto di una palazzina al civico n.13 di via Giuseppe Mantellini - avvenne casualmente nel 1911, ad opera del proprietario del terreno, il quale, messo in allarme da alcune lesioni che minacciavano il suo villino, volle controllarne le fondamenta, scoprendo così una camera funeraria completamente ricoperta di pitture.
Attualmente l'unica via d'accesso al monumento è una botola situata nei locali di una officina meccanica. La planimetria della camera funebr (C, nella pianta) e è perfettamente quadrata (260 cm. di lato) e l'ingresso originario a cui si arrivava a mezzo di una galleria, ora completamente franata e lungo la quale in epoche successive furono realizzate alcune sepolture ad arcosolio, presenta un arco che introduce al cubicolo.

Nello spessore dell'arco sono dipinti due genietti canefori (portatori di canestri) dai quali parte una decorazione vegetale che va a ricongiungersi sulla sommità dell' arco stesso.
Su ognuna delle due pareti laterali del cubicolo sono scavati tre loculi, mentre la parete di fondo è caratterizzata da un'arcata completamente affrescata, nella parte mediana della quale si apre un profondo arcosolio.

La parete di fondo

Nella lunetta dell'arcosolio è dipinto il ritratto del defunto intorno al quale sono disposti una serie di elementi: la teca calamaria, il rotulo, molte tavolette cerate ed una cista di volumi. Lungo il bordo superiore dell'arcata, si legge la seguente iscrizione: Trebius Iustus et Horonatia Saeverina Filio Maerenti Fecerunt Trebio Iusto Signo Asello Qui Vixit Annos XXI Meses VI Dies XXV (Trebio Giusto ed Horonazia Severina fecero costruire il sepolcro per il meritevole figlio Trebio Giusto, detto Asello, che visse ventuno anni, sei mesi e venticinque giorni).
Sulla parete al di sopra dell'arcosolio un personaggio femminile in dalmatica e un personaggio maschile in tunica corta clavata (presumibilmente i genitori del defunto) sostengono un drappo su cui sono deposti alcuni oggetti: quattro armille, un anello gemmato, un vasetto biansato e molti piccoli oggetti di forma rotonda. Dietro il drappo è seduto un personaggio maschile (molto probabilmente si tratta nuovamente del defunto) in tunica corta clavata che poggia i piedi su un suppedaneo.
Al di sotto dell'arcosolio, al centro è dipinto stante il defunto ai lati del quale si dispongono alcuni lavoratori agricoli accanto ai quali erano un tempo indicati i nomi (rimane leggibile solo quello di Valerius). Sopra il ritratto del defunto campeggia la scritta ASELLAE – PIAE – Z...., intrepretabile come la trascrizione latina della formula augurale greca “Pie Zeses” (letteralmente bevi, vivrai) dove i due dittonghi “ae” sono un errore dello scriba che ricorre anche nella didascalia dell'arcosolio (nelle parole Saeverina e Maerenti).

La parete di sinistra
 
Nella parete di sinistra del cubicolo sono raffigurati alcuni operai intenti alla costruzione di un edificio. Si tratta di un dipinto straordinariamente realistico e quasi unico nel suo genere, in cui viene rappresentato nei dettagli il tipo di impalcatura utilizzato dai muratori romani.

La parete destra
 
Sulla parete di destra si vedono due personaggi, uno, presumibilmente un architetto, con in mano una lunga asta, impartisce ordini all'altro, un capo mastro (?), definito dalla didascalia generosus magister, con in mano una cazzuola e un'assicella che in proporzione dovrebbe rappresentare la misura del piede romano. Alle spalle di queste due figure si vede una costruzione terminata che sembra essere quella cui stanno lavorando gli operai sulla parete opposta.

La parete d'ingresso
 
Nella parete d'ingresso, nella lunetta in alto è dipinta una scena di lavoro agricolo con due personaggi maschili che trasportano cesti di erbaggi. Sulle pareti che fiancheggiano la porta d'ingresso due cavalli (o muli) che trasportano delle ceste o reti piene di sassi sospinti dagli excitatores. Al di sopra del cavallo di sinistra si legge il nome Leporius. In basso a destra si nota una figura provvista di barba e baffi che sembra emergere dal sottosuolo tenendo nella sinistra una lucerna accesa.

La volta
 
Nella volta a crociera campeggia infine la figura del Buon pastore che tiene un flauto nella destra e un bastone nella sinistra ed è fiancheggiata da due pecore.

La particolarità del programma decorativo della tomba ha sollevato negli studiosi che se ne sono occupati non pochi problemi interpretativi. L'unico elemento iconografico chiaramente riconducibile ad un alveo culturale cristiano è infatti la figura del Buon pastore dipinta nella volta. Quasi tutto il resto sembra invece ispirato alla vita reale e alle attività svolte dal defunto in vita sì da farlo identificare come un architetto o un imprenditore edile, oltre che proprietario terriero. Ma un realismo così vivido ed un elogio così enfatico della vita del defunto non hanno raffronti nella pittura cimiteriale cristiana del III-IV secolo (1). Appare inoltre quanto meno strano che se davvero la professione del giovane defunto fosse stata quella di architetto, così bravo da essere celebrato come tale nella decorazione della sua tomba, non se ne faccia alcuna menzione nella epigrafe dell'arcosolio.
Sulla scorta di queste incongruenze Orazio Marucchi (2) ha avanzato un'ipotesi interpretativa che legge l'intero programma decorativo in chiave simbolica e collega le convinzioni religiose del nucleo familiare al credo di una setta eretica gnostica.

Lo Gnosticismo: con il termine gnosticismo si designa un gruppo di correnti filosofico-religiose che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III. Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, di un’intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo studio delle teorie gnostiche erano costituite soprattutto da descrizioni e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori cristiani, in particolare Ireneo (Adversus Haereses) – che fu il primo a designare questa eresia come gnostica - Epifanio (Adversus Omnes Haereses) e Tertulliano (De Praescriptione Hareticorum).
La gnosi è la conoscenza di Dio e delle origini e destino della razza umana per mezzo della rivelazione, trasmessa direttamente dal Cristo ad una ristretta cerchia d'iniziati.
Secondo gli gnostici il Dio supremo e incomprensibile aveva generato per emanazione altri esseri (Aeones) in numero di 30 che dimoravano nel Pleroma (il luogo superiore). L'ultimo degli Eoni, Sophia, si corruppe con la lussuria e precipitò nelle tenebre dando origine al Demiurgo (3) che, coadiuvato da sette Archontes (uno per ognuna delle sette sfere celesti), creò il mondo materiale e gli uomini. Ma la madre Sophia, a sua insaputa, infuse negli uomini la scintilla divina (pneuma) che aspira ad essere reintegrata nel Pleroma. Il Demiurgo e gli Archontes abitavano il Medietas (il luogo di mezzo) mentre gli uomini assieme ai demoni abitavano il Kenoma (il luogo inferiore).
Sophia, rimasta imprigionata nel mondo materiale, è angosciata e disperata per cui il Cristo (un altro Eone), il Salvatore, mosso a pietà, discende attraverso le sette sfere degli Arconti e giunge nel mondo per liberarla ed insegnare agli uomini la vera dottrina.
Dopo la morte, il corpo restava tra le cose del mondo ed era destinato ad essere bruciato assieme a tutte le cose materiali, mentre l'anima dell'iniziato intraprendeva il suo viaggio per ricongiungersi a Dio nel Pleroma. Per far questo doveva però attraversare le sette sfere celesti e poteva farlo grazie alle parole segrete, agli amuleti e alle formule magiche di cui è in possesso e che costringeranno i sette Arconti a lasciargli il passo.

Punti di forza dell'interpretazione in chiave gnostica delle pitture del sepolcro di Trebio Giusto - per la quale rimandiamo al testo di Marucchi – sono: nella parete a sinistra dell'ingresso, la presenza di una donna barbuta (tutti gli Eoni sono maschio e femmina) che tiene in mano una lucerna e sembra emergere dal sottosuolo ed in cui l'autore identifica la Sophia che cerca di liberarsi dalle tenebre.

La donna barbuta

Nei tre registri della parete di fondo – dove il defunto è raffigurato tre volte – sarebbero rappresentati i tre diversi livelli del Kenoma, della Medietas e del Pleroma.

 
In quello inferiore il defunto è nel Kenoma insieme ai contadini che raccolgono la zizzania (i corpi) destinata ad essere bruciata dopo essere stata separata dal grano (le anime degli eletti).
 
 
Nell'arcosolio, l'anima del defunto sarebbe raffigurata nel Medietas, con un volume aperto sulle ginocchia e circondato da tavolette di cera e strumenti di scrittura mentre s'imbeve (cfr. l'iscrizione augurale pie zesis qui posta) di scienza gnostica per poter attraversare le sfere celesti e raggiungere il Pleroma che sarebbe rappresentato nel registro più alto.

 
Qui il defunto è seduto e poggia i piedi su un suppedaneo (simbolo di onore e dignità, giacchè ha ormai raggiunto il Pleroma). Davanti a lui una figura femminile ed una maschile sorreggono un drappo su cui si osservano diversi oggetti, tra questi spicca un anello gemmato (cerchiato in rosso nell'immagine) che potrebbe essere un abraxas, un sigillo in cui era a volte incisa questa parola ritenuta magica e che era in uso presso le sette gnostiche sia come segno di riconoscimento sia come amuleto. Nel Pleroma l'anima è infatti ancora oggetto degli attacchi degli Arconti da cui deve difendersi con rituali magici e talismani.

 
Nella parete sinistra del cubicolo non sarebbe rappresentata una semplice scena di lavoro edile, ma la costruzione della città mistica destinata agli eletti. I due personaggi raffigurati sulla parete di destra sarebbero quindi in relazione con la costruzione della città: a sinistra l'architetto con il bastone di comando e a destra il generosus magister - che tiene in mano il piede romano e guarda verso la città in costruzione sulla parete opposta - che si appresta ad eseguire le istruzioni ricevute.
 
 
Note:
 
(1) La datazione delle pitture non è del tutto certa, alcuni aspetti come i corpi massicci, la gestualità contenuta e le vesti con ornature tipiche dell'età costantiniana, farebbero pensare ai primi decenni del IV secolo mentre i dati paleografici sembrano suggerire una datazione più alta (seconda metà del III sec.).
 
(2) O. Marucchi, L'ipogèo sepolcrale di Trebio Giusto recentemente scoperto sulla via Latina e proposta di spiegazione gnostica delle sue pitture, in Nuovo bullettino di archeologia cristiana, vol. 17, 1911, pag. 209-236.
 
(3) Per alcune correnti gnostiche, il Demiurgo (a volte chiamato Yaldabaoth) s'identificava con Yahweh, il Dio vendicativo del Vecchio Testamento mentre l'Entità Suprema s'identificherebbe nel Dio buono del Nuovo Testamento.

Videografia:

Alberto Angela, in Passaggio a Nord Ovest, 2009








venerdì 3 novembre 2017

La via Latina: Il sepolcro dei Valerii, la mansio ed il sepolcro Baccelli

La via Latina: Il sepolcro dei Valerii, la mansio ed il sepolcro Baccelli

Il Sepolcro dei Valerii
Si trova sul lato destro della via Latina tra il III e il IV miglio, quasi al termine del tratto compreso nel parco archeologico, e può essere datato al 160-170 grazie al rinvenimento su frammenti di mattoni della volta della camera ipogea di bolli consolari.


È caratterizzato da una pianta rettangolare e da un portico frontale a due colonne (solo quella di sinistra in marmo cipollino è originale) con una finestra rettangolare sul piano superiore e una copertura a tetto spiovente. Alla camera ipogea si accede per mezzo di due scale simmetriche. Tra il 1859 e il 1861 l'elevato fu in buona parte ricostruito sui resti della muratura originaria al fine di salvaguardare gli intonaci e gli stucchi della camera sotterranea.

La camera ipogea

La camera funeraria ipogea principale - è infatti preceduta da un vestibolo anch'esso destinato ad accogliere le sepolture - conserva l’originaria decorazione in stucco bianco, articolata in 35 medaglioni e riquadri di dimensioni variabili, che orna le lunette e la volta a botte con rappresentazioni di creature fantastiche, eroti, figure femminili.


Tra gli stucchi si nota - al centro della volta – quello raffigurante l'anima della defunta (avvolta nel velo mortuario) trasportata in cielo sulle ali di un grifone. Sulle pareti rimangono visibili le impronte delle lastre di marmo di rivestimento e i relativi fori delle grappe di ferro che le sostenevano, mentre il pavimento della camera risulta ancora in parte rivestito in marmo. Per quanto non sia certa l'attribuizione della tomba alla famiglia dei Valerii, è invece certo che si tratti di una tomba di famiglia per la presenza all'interno della camera funeraria di un'altana destinata ad accogliere il sarcofago del capofamiglia.

La Mansio


A sinistra del monumento sono state scavate diverse strutture che ancora nel IV secolo erano probabilmente destinate alla sosta e al ristoro dei viaggiatori. Si tratta probabilmente di una mansio, una stazione di sosta dove i viaggiatori giunti in prossimità della città potevano riposare rinfrescandosi alle terme e ristorarsi onde poter entrare a Roma con un aspetto presentabile.


All’ingresso dalla strada si notano le basi di due colonne che probabilmente sorreggevano due statue e il basolato della strada che entra nell’area della mansio a realizzare una sorta di passo carrabile.
 
La vasca al centro del peristilio

Le stanze appaiono disposte intorno ad un peristilio con al centro una grande vasca mentre un ninfeo con pavimento a mosaico è posto al termine di un porticato anch'esso pavimentato a mosaico che delimita il complesso sul lato retrostante il sepolcro.

Il ninfeo

Sul fianco e sul retro del sepolcro sono state inoltre rinvenute due cisterne per l’acqua che alimentava la vasca ed il ninfeo.
Una campagna di scavi condotta negli anni 2006-2007 ha portato alla luce anche la parte orientale della mansio: tre ambienti in laterizi dalla probabile funzione di tabernae. Separati dal complesso della mansio da un corridoio accessibile dalla strada, sono stati individuati inoltre altri due edifici distinti (uno in opera reticolata e l'altro in laterizi e blocchetti di tufo), le cui funzioni sono ancora oggetto di indagine.
Il fatto che la mansio sorgesse a fianco al monumento funebre non deve apparire strano; probabilmente gli stessi proprietari della stazione di sosta avevano dato in concessione l’uso del loro terreno per costruire il sepolcro e si occupavano della manutenzione dello stesso.


Sepolcro Baccelli


In fondo all’area del parco archeologico, sempre sul lato destro della via Latina e in posizione leggermente arretrata e rialzata rispetto al tracciato stradale, si staglia la facciata di un sepolcro noto con il nome di tomba Baccelli, dal nome del ministro della Pubblica Istruzione (Guido Baccelli) che agli inizi del XX secolo curò l’intera area archeologica. L’edificio, che per molti secoli rimase integro e che nel XVI secolo fu usato come chiesa, subì successivaente un rovinoso crollo a seguito del quale rimase in piedi solo la facciata NO.

 
Il sepolcro era a due piani con un vano ipogeo comunicante con la camera superiore mediante un sistema di rampe interne. L’ambiente sotterraneo consta di due vani, attualmente non accessibili, e al di sotto del pavimento trovavano posto delle sepolture disposte su due file e tre strati di deposizione. La camera superiore presentava pareti articolate in nicchie e arcosoli impreziositi da eleganti trabeazioni e frontoni. Nonostante lo stato di conservazione alquanto precario è ancora oggi apprezzabile l’eleganza compositiva della facciata e delle sue modanature fittili. Al centro in basso si apre l’ingresso sormontato dalla targa marmorea moderna che ricorda il ministro Baccelli, a sua volta affiancata da due aperture simmetriche inquadrate da eleganti cornici in cotto. La trabeazione del timpano è andata perduta ma dai pochi lacerti visibili se ne può apprezzare l’eleganza modulata nella successione delle cornici sagomate nel laterizio rosso e giallo.
 
Fotografia della metà dal XIX secolo
Fototeca dell'Istituto Archeologico Germanico
Roma
 
L’aspetto esterno della tomba Baccelli, ricostruibile sulla base dei disegni lasciati da Pirro Ligorio e documentato da fotografie precedenti il crollo, non doveva apparire molto dissimile da quello della tomba Barberini.




mercoledì 1 novembre 2017

La via Latina: il Sepolcro Barberini

La via Latina: il Sepolcro Barberini

Parte dell'area compresa tra il II ed il III miglio dell'antica via Latina (circa due ettari) è oggi adibita a Parco archeologico.
La riscoperta dei monumenti presenti in quest'area si deve all’iniziativa di un cittadino privato, Lorenzo Fortunati, un insegnante con la passione per l’archeologia, che ottenne dallo Stato Pontificio la concessione di scavo nella tenuta del Corvo, di proprietà delle famiglie aristocratiche Barberini-Lante della Rovere e Belardi. Gli scavi furono eseguiti negli anni 1857-1858 sotto il pontificato di Pio IX come ricordato dalla lapide murata su un sepolcro a pilastro che si trova attualmente subito dopo l'ingresso al parco archeologico. Agli inizi del XX secolo l’area demaniale fu adibita a giardino pubblico per iniziativa del ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, assumendo le connotazioni attuali.

Il sepolcro a pilastro su cui è murata la targa che ricorda l'opera di Lorenzo Fortunati

Proseguendo lungo l'antico tracciato della via Latina, che in alcuni tratti conserva ancora il basolato originale, si incontra sulla destra il sepolcro detto Barberini dal nome dei proprietari del luogo al momento della sua riscoperta. E' detto anche Sepolcro dei Corneli da una epigrafe oggi scomparsa, ma riportata in un disegno del XVI sec. di Pirro Ligorio, su cui era inciso il nome L.Cornelius.

Il disegno di Pirro Ligorio che riporta l'epigrafe oggi scomparsa
Bodleian Library, Oxford
 
Si tratta di un sepolcro a tempietto in laterizi policromi riconducibile alla seconda metà del II secolo (periodo degli Antonini).
 

La camera sotterranea seminterrata è accessibile dall’esterno dell’edificio e prende aria dalle strette feritoie poste alla base del monumento. In questa camera venne rinvenuto il sarcofago Barberini raffigurante il mito di Protesilao e Laodamia oggi conservato nei Musei Vaticani (vedi oltre).
Il piano terra ha l’ingresso sul lato dell’edificio opposto alla strada mentre sul fronte stradale presenta tre aperture oggi murate, la mediana delle quali doveva contenere l'epigrafe sopra citata. Sempre sul fronte strada, a livello del piano rialzato, si apriva una grande finestra ad arco, di cui si percepisce l'ampiezza attraverso la tamponatura.

L'ingresso sul lato posteriore dell'edificio

Originariamente la tomba era completamente circondata da un muro che chiudeva uno stretto ambulacro scoperto che dava accesso all'ingresso sul lato posteriore dell'edificio e alla scala esterna che introduceva alla camera ipogea.

Planimetria
da Pietro Santi Bartoli, Antichi Sepolcri, 1697

All'interno, a livello del piano terra, l'edificio è costituito da una sala rettangolare destinata alle sepolture, nelle cui pareti, molto articolate, si aprono numerose nicchie, alcune delle quali inquadrate da lesene sormontate da timpani. La parete di fondo era caratterizzata invece dalla presenza di un’edicola con tetto a spiovente, probabilmente dedicata alla memoria dei defunti. Tramite una scala interna (di cui rimangono tracce sulla parete cui era addossata) si poteva accedere alla camera superiore, dove verosimilmente si svolgevano i riti cultuali dedicati ai defunti. La copertura, con volte a crociera rialzata era rivestita da affreschi e decorazioni in stucco ad ovuli e palmette: su uno sfondo monocromo rosso è ancora possibile apprezzare partiture definite da sottili cornici campite da bande azzurre e arricchite da figurine nelle quali si distinguono personaggi umani, vittorie alate su bighe con amorini, uccelli e animali marini.

Particolare della decorazione della volta
 
Restano tracce del pavimento a mosaico del piano terra mentre il solaio del primo piano fu abbattuto nell’ottocento per utilizzare la struttura come fienile (nel recente restauro dell'edificio è stata ripristinata in sua vece una griglia metallica).
Il tempietto interamente in laterizio è un esempio della virtuosa tecnica raggiunta in quel periodo nell’utilizzo del mattone, con mattoni rossi utilizzati per realizzare le mura e le semicolonne e mattoni gialli utilizzati per realizzare i capitelli corinzi, le architravature che avvolgono l’edificio e le cornici delle finestre e della porta. Infine si notano chiaramente le tracce dei successivi restauri volti a chiudere le parti di muratura crollate, l'edificio ebbe infatti un utilizzo agricolo fino al XIX secolo.


Il sarcofago Barberini

Fu estratto nel XVII secolo praticando un'apertura nella muratura della camera ipogea. E' attualmente conservato nei Musei Vaticani (Museo Pio-Clementino, galleria dei candelabri).
Vi è raffigurato il mito di Protesilao e Laodamia.

Protesilao aveva sposato Laodamia, figlia di Acasto re di Iolco (città della Tessaglia che sorgeva nei pressi dell'odierna città di Volos). Dopo aver trascorso assieme alla sposa una sola notte, partì con la spedizione achea contro Troia. Protesilao si trovava sulla stessa nave in cui era imbarcato Achille.
Un oracolo aveva profetizzato che il primo greco a toccare terra sarebbe stato il primo anche a morire nella guerra di Troia, Achille vedendo che nessuno degli achei si faceva avanti decise di lanciarsi nel suolo troiano ma Teti, sua madre, lo fermò con una mano e con l'altra spinse Protesilao che cadde sulla spiaggia e venne ucciso da Ettore.
Giunto nell'Ade, Protesilao implorò gli dei degli inferi di concedergli di trascorrere un ultimo giorno con la sua sposa. Ade e Persefone acconsentirono e Protesilao trascorse quell'ultimo giorno facendo l'amore con la sua sposa.
Al momento del distacco, Laodamia decise di realizzare una statua con le fattezze del marito in modo da poterla abbracciare e dormire con essa. Acasto, nei giorni successivi, notando l'assenza della figlia, mandò un suo servo a spiarla. Il servo riferì al re che sua figlia stava tutto il giorno chiusa nella sua camera ad amoreggiare con una statua e Acasto, per il bene della figlia, decise di far sciogliere la statua nell'olio bollente, ma Laodamia mentre la statua si scioglieva si gettò nel calderone ricongiungendosi così all'amato.
La morte di Protesilao non è descritta ma solo citata nell'Iliade (libro II, v.705). E' invece riferita da diversi autori greci e latini.


Sul lato frontale del sarcofago, da sinistra a destra, si osservano in sequenza: Protesilao che sbarca dalla nave, Protesilao colpito a morte e disteso in terra mentre la sua anima (rappresentata da una figura interamente coperta dal drappo mortuario) viene condotta all'Ade da Mercurio, quindi Mercurio che lo riconduce sulla terra, Protesilao e Laodamia che si tengono per mano dinanzi alle porte dell'Ade (al centro della composizione). Da notare che i volti della coppia sono appena abbozzati, avrebbero dovuto ricevere infatti le fattezze di chi doveva esservi deposto.
Nella parte destra Laodamia distesa sul letto si accomiata dall'ombra del marito con il suocero Ificlo piangente seduto ai piedi del letto e quindi si vede Mercurio che riconduce Protesilao da Caronte che tende la mano per ricevere l'obolo.

Le facce laterali del sarcofago
da Pietro Santi Bartoli, Antichi Sepolcri, 1697
 
Sulle facce laterali: a sinistra è raffigurato l'eroe vestito della sola clamide che si accomiata dalla moglie al momento di partire per la Troade; uno scudiero gli sostiene lo scudo. In quella di destra sono invece raffigurati i supplizi di Sisifo, Issione e Tantalo.