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domenica 22 ottobre 2017

La via Appia: la Torre Selce

La via Appia: la Torre Selce


La Torre Selce si trova all'altezza dell'VIII miglio della via Appia e deve il suo nome o alle scaglie di selce con cui è rivestita o alla presenza di un’antica via (una silex traversa) nelle sue immediate vicinanze, forse da identificare con la strada (citata in un documento del 1140) che conduceva a un abbeveratoio pubblico (il Lacus domini Papae) fatto allestire da Callisto II (1119-1124).
La torre, che sembrerebbe risalire alla prima metà del XII secolo, s'innesta sui resti di un grande mausoleo (1) – in relazione al quale non è stato rinvenuto alcun frammento d’iscrizione utile a identificarlo - con un sistema di pilastri disposti a stella sui muri divisori interni del tamburo. Su questi pilastri venne impostata una serie di archi in laterizio, alcuni dei quali sono ancora ben conservati. L’alzato si presenta in opera incerta in blocchetti di peperino e selce su cui spicca una larga fascia bianca realizzata con frammenti di travertino. Nonostante i robusti contrafforti, della torre oggi rimangono in piedi soltanto due lati e mezzo. Le pareti presentano nicchie e fori per le travature lignee; una volta a crociera in muratura sosteneva l'ultimo piano. Sono ancora conservate alcune finestre prive di stipiti.
Il rivestimento a fasce e la notevole altezza fanno scorgere la Torre Selce anche da grandi distanze e dovevano permettere una facile comunicazione con altre torri e fortificazioni della zona.
In un disegno del Catasto di Alessandro VII (sec. XVII) Torre Selce è raffigurata come una costruzione merlata racchiusa da un alto recinto (che fu presumibilmente eretto utilizzando i massi di peperino del tumulo antico), munito di feritoie e coronato da merli: questo antemurale, oggi pressoché completamente scomparso, contribuiva certamente a rendere la torre difficilmente espugnabile.

 
Poche sono le notizie storiche su questa piccola fortezza. Sulla base dell'identificazione di Torre Selce con la Turris de Arcionibus - così detta in relazione agli archi dell'acquedotto della villa dei Quintili - si è voluto ricondurre la proprietà di questa torre alla famiglia Astalli.
In un atto dell’Archivio di S. Maria Nuova del 4 gennaio 1040 Pietro di Astaldo de Colosseo viene indicato come proprietario di una torre all’ottavo miglio, fuori porta San Giovanni.
Circa un secolo dopo, da un atto redatto il 1° novembre 1131, risulta che un certo Grisottus de Baruntio, cognato di un Astallus, vendette al monastero di S. Gregorio al Celio la sesta parte della turris de Arcionibus.
L’identificazione di Torre Selce con la Turris de de Arcionibus è ad ogni modo tutt'altro che certa. In realtà la prima indubbia citazione di Torre Selce è in un documento del 1150 in cui l'imperatore Corrado III cedette la Turris de Sclaceis (evidente corruzione di silicis) ai monaci di S. Gregorio al Celio. Questi ultimi rimasero a lungo proprietari del luogo: ne sono conferma le bolle papali di Innocenzo IV (12 luglio 1243) e di Bonifacio VIII (17 giugno 1299) dove compare come Turrem de Arcione.

 
Note:

(1) Del mausoleo originario rimane un ampio basamento quadrato di 22 m. di lato su cui s'impostava il tamburo che raggiungeva un'altezza di circa 9 m. I numerosi frammenti di marmo che si osservano nei pressi della torre appartenevano molto probabilmente alla ricca decorazione originale.


sabato 21 ottobre 2017

Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne


Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne

Erode Attico, cittadino romano, era figlio di Vibullia Alcia Agrippina e di Tiberio Claudio Attico, un banchiere ateniese arricchitosi anche grazie all'esercizio dell'usura. Filosofo e letterato insegnò con notevole successo ad Atene, e raggiunse una fama tale che l'imperatore Antonino Pio (138-161) lo scelse quale precettore dei suoi due figli adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero.Trasferitosi a Roma ricoprì importanti cariche politiche (nel 143 ottenne il consolato e gli fu affidato il governo della Grecia e di parte dell'Asia Minore) e sposò la ricca e nobile Annia Regilla (140) - nonchè imparentata con la moglie di Antonino Pio, Faustina - ricevendone in dote i possedimenti tra il II e il III miglio della via Appia. Sparsi nell'attuale parco della Caffarella si trovano ancora i resti del complesso di edifici che egli fece costruire in luogo della villa di famiglia, in memoria della moglie, morta in Grecia nel 160 mentre era incinta, e che fu accusato di aver fatto assassinare da un suo liberto. Trascinato in giudizio dal cognato Annio Attilio Bradua ne uscì prosciolto da ogni accusa – probabilmente anche grazie all'intervento dello stesso Marco Aurelio – ma l'opinione pubblica continuò a ritenerlo colpevole. Anche perchè Erode non faceva nulla per nascondere la passione che provava per Polideuce, il giovane figlio di un suo liberto. Probabilmente per per ostentare il proprio amore per la moglie e fugare ogni sospetto dalla sua persona trasformò la residenza sull'Appia in una sorta di sacrario dedicato alla sua memoria.

Busto di Erode Attico
proveniente da Probalinthos (Grecia)
Museo del Louvre
 
Al nuovo complesso – che alla sua morte (170) fu assorbito nel demanio imperiale per essere successivamente inglobato nella residenza suburbana di Massenzio – diede il nome di Pago Triopio (1), che richiamava quello del santuario eretto a Cnido in onore di Demetra per ricordare la punizione inflitta dalla dea al figlio del re tessalo Triopa, Eresittone, che per aver tagliato il bosco a lei sacro fu condannato alla fame eterna.
La valle, pur suddivisa in diversi appezzamenti, continuò ad essere coltivata fino agli inizi del XV secolo, quando l'insalubrità del fondovalle, il timore di briganti e di invasori, ed il generale progressivo spopolamento della campagna romana, determinarono l'abbandono delle attività agricole.
Nel 1547 i Caffarelli entrarono in possesso della tenuta acquistandone i terreni da diversi proprietari e bonificarono la valle ridando slancio all'agricoltura e costruendo il casale detto della Vaccareccia. Ancora oggi la valle in cui si estende la tenuta è conosciuta come valle della Caffarella. Nel 1695 la tenuta fu venduta ai Pallavicini e nel 1816 venne infine rilevata dai Torlonia che la bonificarono per l'ultima volta restaurando e ampliando la rete idrica.
La valle della Caffarella è sempre stata ricchissima d'acqua. E' infatti attraversata dal fiume Almone (2), che nasce sui colli Albani e un tempo si gettava nel Tevere all'altezza del gazometro - nel dopoguerra venne deviato nel depuratore di Roma sud - raccogliendo le acque delle numerose sorgenti che ancora sgorgano nella valle (tra cui la Fonte Egeria da cui proviene l'omonima acqua minerale).
Su entrambi i versanti della valle si trovano i resti delle cisterne che servivano per l'irrigazione del fondovalle.

Il ninfeo di Egeria (3)


Si trova nel fondovalle, lungo la riva sinistra dell'Almone. L'edificio consiste attualmente in un grande ambiente rettangolare, con una nicchia centrale nella parete di fondo e tre nicchie più piccole che si aprono sulle pareti laterali. Questo ambiente è sopravanzato da un avancorpo con due vani laterali, anch’essi ornati da nicchie. La muratura è in opus mixtum. L'interno era riccamente rivestito di marmi: le pareti erano di Verde antico, un marmo pregiato proveniente dalla Tessaglia, mentre il pavimento era di Serpentino, un porfido d'intenso colore verde proveniente dalla Grecia.
Le nicchie erano rivestite in marmo bianco ed infine, tra esse e la volta, vi era una fascia decorata con mosaici.

La statua acefala del dio Almone nella nicchia di fondo

L'ambiente centrale è coperto da una volta a botte, sulla quale aderiva uno strato di pietra pomice allo scopo di far attecchire il capelvenere. Dalla nicchia di fondo, dove ancora è collocata una statua acefala della divinizzazione del fiume Almone distesa su un fianco e dove è ancora visibile il segno lasciato da un'altra statua - probabilmente raffigurante la ninfa Egeria (3) - oggi scomparsa, sgorgava l'acqua della fontana. L'acqua era incanalata in tubature di terracotta e scendendo lungo le pareti formava giochi d'acqua nelle nicchie laterali arricchite a loro volta da altre statue; inoltre l'umidità condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall'alto, rendeva l'ambiente fresco e suggestivo.


Nel complesso i marmi verdi del pavimento e delle pareti, con la volta coperta di capelvenere che lasciava gocciolare l'acqua condensata, dovevano dare l'idea un po' barocca di grotta artificiale, dove Erode Attico poteva recarsi nei periodi di calura estiva per passeggiare al fresco chiacchierando e banchettando piacevolmente con i suoi ospiti.
Il ninfeo si affacciava originariamente sul fiume con un quadriportico, oggi non più conservato, che delimitava una piscina rettangolare di raccolta, che a sua volta si immetteva in un più vasto bacino lacustre, da identificare forse nel Lacus Salutaris noto dalle fonti antiche, in cui confluivano le acque del fiume Almone.

Il ninfeo di Egeria in un'incisione di Giovanni Battista Piranesi del 1766
In alto sullo sfondo si nota raffigurata la chiesa di sant'Urbano (Tempio di Cerere e Faustina) 

Scavi recenti hanno messo in luce una fase di restauro dell'edificio, originariamente fatto costruire da Erode Attico, che risale probabilmente alla costruzione della residenza suburbana di Massenzio.
Nel '600 il ninfeo ospitò una osteria mentre nel secolo successivo venne trasformato in lavatoio.


La cisterna nei pressi della chiesa di Sant'Urbano (5)


Si tratta di un edificio che all'esterno appare rettangolare (m. 21,4 x 8,6) mentre all'interno le pareti dei lati corti sono semicircolari; in origine era incassato nel terreno, e per questo costruito in scaglie di selce senza paramento (opus signinum) con uno spessore di 60 cm. Il pavimento è in cocciopesto, la volta è a due spioventi che formano un angolo quasi retto.

L'interno della cisterna

Sopra la volta il tetto era originariamente piano, ma vi fu costruito in un secondo tempo un muro perimetrale che infatti aderisce male; questa sopraelevazione deve essere stata eretta poco dopo la fondazione dell'edificio, visto che la tecnica edilizia è la stessa del resto della costruzione. L'insieme permette di datare l'edificio ai primi anni dell'impero (44 a.C.-40 d.C.)
E' molto probabile che lo sbancamento del terreno circostante, che portò la cisterna allo scoperto, sia avvenuto al tempo dell'imperatore Massenzio (305-312) per prelevare i materiali con cui realizzare la grande piattaforma su cui poggiano il circo e il Palazzo; i blocchi di tufo che si vedono ai piedi della cisterna devono essere stati collocati dopo lo sbancamento, per rinforzare la base dell'edificio.


La cisterna-ninfeo (12)

 
La cosiddetta Cisterna-Ninfeo si trova sul versante opposto della valle, a pochi metri dall'ingresso di Largo Pietro Tacchi Venturi. Era in realtà un serbatoio, alimentato da un acquedotto o da un serbatoio più grande. La struttura presenta una pianta rettangolare di metri 7,10 x 9.15, rivestita di cortina laterizia, ed è conservata per un’altezza massima di m. 3.50 circa. La copertura originaria è crollata ed era costituita da una volta a botte. La tecnica edilizia è riferibile al III sec.



La parte sud-orientale è caratterizzata da una sistemazione monumentale costituita da quattro pilastri aggettanti, uniti da tre archi.
Su entrambi i lati brevi erano presenti aperture per l’accesso all’interno della cisterna, realizzate in età moderna quando il manufatto fu usato come abitazione.


La cisterna-fienile (13)

 
Si tratta di un ambiente a pianta rettangolare costruito con laterizi di reimpiego e materiali moderni, al di sopra della vasca di una cisterna romana in opera cementizia in scaglie di lava, di m. 14 x 5.5. Si ipotizza che la cisterna facesse parte della villa romana di tarda età repubblicana - che presenta attività  edilizie chesi protraggono fino al IV sec.- i cui resti si trovano nell’area del Casale Tarani, situato in via Carlo de Bildt.
 
 
Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, nel corso dei lavori di ristrutturazione del Casale Tarani, la struttura fu trasformata in fienile dalla famiglia Torlonia, proprietaria della tenuta della Caffarella, in particolare fu costruito il piano superiore come deposito per il foraggio secco.
 
 
Note:
 
(1) Nel lessico amministrativo romano, il termine pago indicava una circoscrizione rurale posta al di fuori delle mura cittadine.
 
(2) Il fiume prende il nome da un giovane e focoso cortigiano del re Latino che fu il primo italico a cadere nella guerra combattuta dai nativi contro i troiani di Enea (Eneide, Libro VII, vv. 531-534). Ha quindi un carattere sacro giacchè legato alle origini mitiche della città eterna. A partire dal 204 a.C. inoltre, nelle sue acque il 27 marzo di ogni anno si svolgeva il rito purificatorio della Lavatio Matris Deum. Come descritto da Ovidio (Fasti, Libro IV, vv. 335-340), la statua della dea Cibele (la Magna Mater), custodita nel tempio a lei dedicato sul Palatino, veniva condotta in processione fino al punto dove l' Almone confluiva nel Tevere, qui il sacerdote supremo la immergeva e lavava, asciugandola e cospargendola di cenere. La cerimonia si tenne fino al 380 quando i riti pagani furono proibiti dall'Editto di Tessalonica promulgato da Teodosio I.
 
(3) La leggenda vuole che Egeria - una delle quattro ninfe Camene - fu prima amante e successivamente moglie di Numa Pompilio che consigliò e guidò nella promulgazione delle leggi. Nelle Metamorfosi (Libro XV) Ovidio racconta che alla morte del re la ninfa fu colta da disperazione tale che non smetteva più di piangerlo, sì che Diana, commossa, la trasformò in fonte.

Bertel Thorvaldsen, Numa Pompilio conversa con la ninfa Egeria nella sua grotta
bassorilievo in gesso, 1792
Thorvaldsen Museum, Copenaghen 
 
 









lunedì 16 ottobre 2017

La via Appia: La Berretta del prete

La Berretta del prete


La cosiddetta Berretta del Prete è un sepolcro romano che prende nome dalla sua caratteristica forma circolare con copertura a cupola. L'edificio si trova tra l'VIII e il IX miglio della via Appia, lungo il suo lato sinistro, preceduto a pochi metri di distanza da una tomba a edicola in opera laterizia molto ben conservata. Il mausoleo ha un diametro di 12,50 m ed è ornato sia esternamente che all’interno da nicchie semicircolari alle pareti. Un ambulacro concentrico (probabilmente a due livelli, con quello superiore periptero come sembra potersi dedurre dai numerosi frammenti di colonne rinvenuti nelle vicinanze) un tempo coperto da una volta a botte circondava l’edificio, mentre un corridoio rettangolare ne costituiva l’accesso monumentale dalla strada (entrambe le strutture non sono più visibili).
Il monumento raffigurato insieme alla tomba ad edicola che lo precede in un acquerello di Carlo Labruzzi (1789)

All'esterno si notano tre grandi archi di scarico ed un arco d'ingresso giustificati dalla presenza all'interno delle nicchie semicircolari. L'unico ingresso è costituito da una porta larga 90 cm. Con soglia e stipiti in grossi blocchi di peperino. Il paramento murario, conservatosi soprattutto nella parte superiore, è in opera listata a corsi di cubetti di selce (generalmente due, ma a volte anche uno o tre) alternati ad un filare non sempre continuo di laterizi di reimpiego. Questa particolare tecnica muraria consente di datare il manufatto tra la fine del III e gli inizi del IV secolo.


Il monumento compare come annesso al Casale Palombaro (così detto perchè forse destinato all'allevamento dei piccioni) in un documento del 950, relativo alla cessione del fondo al monastero di San Gregorio al Celio che ne manterrà ininterrottamente la proprietà fino al 1828. In questo documento viene indicata all'interno del fondo la presenza di una chiesa dedicata a S.Maria Dei Genitriciis segnalata però come già deserta.
In passato la chiesa citata è stata interpretata come un riutilizzo del mausoleo ma da questo testo sembra di poter evincere che si tratti piuttosto di due edifici distinti (ecclesia cum monumento suo quod est crypta rotunda) oltre al fatto che non si rilevano evidenze archologiche pertinenti a questa trasformazione d'uso.


domenica 15 ottobre 2017

La via Appia: Il mausoleo di Gallieno

Il Mausoleo di Gallieno


Al IX miglio e sul lato destro della Via Appia, circa 500 m. a sud dell'incrocio con via Fioranello, si trovano i resti di un grande mausoleo in opera laterizia originariamente rivestito in marmo. Il monumento è costituito da un basamento rotondo di circa 13 m, su cui poggia un tamburo circolare a due piani scandito da una serie di nicchie e coperto a cupola.
La pianta dell’edificio è particolare: il piano inferiore consiste in un corridoio centrale che interseca due ambienti rettangolari che terminano con un'abside semicircolare.

Il corridoio centrale. Sul pavimento uno dei capitelli delle colonne che ornavavano l'edificio
 
L'ambiente absidato di destra
 
Il piano superiore mostra invece una serie di grandi absidi semicircolari alternate a absidi rettangolari. Intorno al corpo centrale correva un colonnato anulare, di cui si ha testimonianza dai frammenti marmorei rinvenuti e da un’incisione seicentesca, che riproduce 18 colonne corinzie di grandi dimensioni. Poiché da un passo dell’Epitome de Caesaribus (1) è noto che Gallieno fu sepolto al IX miglio della Via Appia, è comunemente accettato che questo mausoleo sia da identificarsi con quello dell’imperatore morto nel 268 (2).

L'edificio prima dei restauri
 
fotografia del 1892-1896
 
 
Note:

(1) Opera storica redatta da un autore anonimo sul finire del IV secolo. Contiene una breve descrizione dei regni da Ottaviano Augusto (27 a.C-14) a Teodosio I (379-395).
 
Gallieno
Museo Nazionale Romano, Roma

(2) Publio Licinio Egnazio Gallieno salì al potere insieme al padre Valeriano nel 253 e quando questi fu catturato dai Sasanidi (260) rimase l'unico imperatore fino al 268, quando cinquantenne fu probabilmente assassinato da una congiura (secondo altri morì invece a seguito di una ferita riportata in battaglia). Fu divinizzato dal Senato per volontà del suo successore Claudio II il Gotico.




La via Appia: il mausoleo di Casal Rotondo

 Il mausoleo di Casal Rotondo


Al VI miglio dell'Appia Antica si trova un grande mausoleo chiamato Casal Rotondo a causa di un piccolo casale, ora trasformato in villa, che vi fu costruito sulla sommità in epoca medioevale. Il sepolcro, di età augustea, è formato da un corpo cilindrico del diametro di 35 m., originariamente rivestito di travertino, con un anello di base decorato da un fregio di grifi e un tetto conico a squame. Nella parte inferiore del cilindro il rivestimento offriva una sorta di piani di seduta per la sosta.

Particolare del fregio che corre lungo il basamento
 
 
Un'iscrizione frammentaria con il nome di Cotta fece credere all'archeologo Luigi Canina che si trattasse del monumento funebre eretto per Messalla Corvino, console nel 31 a.C., dal figlio Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, adottato da uno zio materno, Aurelio Cotta, che gli avrebbe trasmesso il gentilizio ed il cognomen, e console ordinario nel 20 d.C.

 
L'archeologo fece murare questa iscrizione, insieme ad altri frammenti marmorei ritrovati nell'area circostante e che riteneva appartenessero ad un'edicola circolare situata sulla cima del sepolcro, in una quinta in laterizi che fece erigere di fianco al mausoleo tra il 1830 e il 1840.

La struttura in laterizi fatta costruire da Canina nel XIX sec.

Studi più recenti hanno però escluso la pertinenza dell’epigrafe e dei frammenti architettonici al mausoleo di Casal Rotondo; si tratterebbe invece di quanto resta di un altro sepolcro, molto più piccolo, che doveva sorgere nelle immediate vicinanze. Tale sepolcro è stato ipotizzato come un’edicola circolare di circa m. 4 di diametro e m. 4,40 di altezza, poggiante su una base di tre gradini, ornata all’esterno da lesene corinzie, sormontata da un tetto conico a scaglie, su cui si elevava un cippo a pigna.
Ipotesi ricostruttiva del sepolcro scomparso

 In base alla decorazione, suggerita dai frammenti superstiti e dalle caratteristiche paleografiche e stilistiche dell’iscrizione, esso risalirebbe ai primi anni del principato augusteo, e precisamente tra il 36 a.C. ed il 28 a.C. e sarebbe appartenuto ad un membro della famiglia degli Aureli Cotta di cui non si conosce il nome.


Nel XIII secolo sulla spianata alla sommità del mausoleo venne fatta costruire dai Savelli una torre rotonda con piccoli rettangoli di peperino. Quando nel 1485 la proprietà passò agli Orsini, il fortilizio fu convertito in casale agricolo e successivamente nell'abitazione che ancora è visibile.




domenica 3 settembre 2017

Il Castrum Caetani, Roma

Il Castrum Caetani, Roma


Nel 1294 il cardinale Benedetto Caetani salì al soglio pontificio con il nome di Bonifacio VIII (1294-1303) favorendo le mire espansionistiche della sua famiglia. Sotto il suo pontificato i Caetani acquistarono dai Pierleoni quella che per tre secoli sarà la residenza della famiglia per eccellenza e di cui ancora oggi rimane la cosiddetta Torre Caetani, sull'isola Tiberina.
Nel marzo del 1302 il cardinale Francesco Caetani, nipote del papa, acquistò da diversi proprietari il mausoleo di Cecilia Metella (I sec. aC) ed i terreni circostanti al III miglio della via Appia in località detta Capo di Bove, toponimo che si riferisce chiaramente ai teschi di bue scolpiti sulla muratura del mausoleo. Nel 1303 si concluse la costruzione del castrum, un insediamento fortificato, edificato a cavallo della via Appia, che comprendeva stalle, abitazioni e magazzini in legno: di questo complesso, si possono vedere ancora oggi tratti del muro di cinta, la chiesa di San Nicola, il palazzo e la tomba di Cecilia Metella, trasformata dai Caetani in torrione difensivo. La tomba - a cui venne addossato il palazzo - divenne anzi il punto di forza del sistema difensivo.

Ricostruzione di Alfredo Corrao
 
Sono invece completamente scomparsi i due archi che sottendevano il percorso della via Appia negli accessi al castrum da Roma e da sud, ancora visibili quando l'abate benedettino Angelo Uggeri nel 1804 descriveva e riproduceva in alcune vedute i ruderi dell’insediamento.

da Angelo Uggeri, Journées pittoresques des édifices de Rome ancienne, 1800-1814 
 
Il palazzo signorile era costruito su tre livelli: piano terra, primo e secondo piano.
L’ingresso originario del palazzo era costituito da una porta ad arco, chiusa nel corso dei restauri ottocenteschi, sita accanto all’entrata odierna.
 
 
Al di sopra della porta del XIV secolo è ancora possibile osservare una lastra marmorea con incisa al centro una testa di bue fiancheggiata dagli stemmi della famiglia Caetani. Fu murato da Luigi Canina intorno alla metà del XIX secolo per sistemarvi una mostra di alcuni pezzi marmorei erratici appartenenti a monumenti presenti sulla via Appia.
 
L'ingresso originale del palazzo oggi murato
 
La facciata che guarda sulla via termina triangolarmente con una specie di timpano, come se la copertura fosse stata a capanna, e ha inferiormente due finestre rettangolari che davano luce al pianterreno.
Il piano in cui risiedevano i signori era il primo, come dimostrano i resti dei camini e delle bifore decorate con stile e materiali raffinati, che ben si distinguono dal resto delle scarne murature del castello. A quest'altezza sul lato della via si aprono due finestre bifore ad arco acuto, le cui mostre di marmo furono fatte fare dal Muñoz sul calco di una antica, posta sul lato che guarda la campagna.
Sul lato della campagna si aprono altre due bifore e un elegante balcone sorretto su archetti acuti di tufo e marmo.
 

La corte interna, a sinistra la cucina all'aperto
 
Dal cortile del palazzo (dove oggi si trova la biglietteria), si accedeva a quattro ambienti: il torrione-tomba, una stanza probabilmente adibita a cucina all’aperto contenente un pozzo ora interrato, ed altre due stanze, la più grande avente forse la funzione di sala di rappresentanza.
Per accedere ai piani superiori del palazzo, era stata approntata una scala lignea, di cui oggi rimangono solamente un pilastrino di sostegno in muratura ed alcuni fori nelle pareti usati come alloggiamento delle travi della scala. Dalla cima di questa scala si potevano raggiungere sia le altre stanze del palazzo che i ballatoi lignei che consentivano alle guardie di raggiungere i camminamenti attorno ed in cima alla tomba romana. Dal palazzo, tramite scale lignee rimovibili ed una botola, si poteva accedere alla torretta angolare opposta alla tomba di Cecilia Metella.
 
La merlatura a coda di rondine edificata a coronamento della tomba di Cecilia Metella
 
Ancora oggi, al primo piano della torre, è visibile la seduta di una latrina, dotata di un canale di scolo collegato ad una fossa biologica sotterranea.
 
L'insediamento era racchiuso da una cinta muraria a pianta rettangolare ma di dimensioni irregolari (lati lunghi circa m. 240, corti m. 98), dotata di 16 torri rettangolari (ne rimangono in piedi 8) sporgenti dal perimetro e coronate da una merlatura a coda di rondine come il resto delle mura, e che inglobava un tratto del tracciato della via Appia antica.
 
I resti di una delle torrette che intervallavano la cinta difensiva
 
La strada, che taglia in due parti tutto il recinto fortificato, dal lato di Roma penetrava nel recinto stesso per mezzo di un grande arco in laterizio, di cui rimangono ancora sul lato destro lo stipite e il principio dell'imposta.
 
Lo stipite dell'arco che scavalcava l'Appia sul lato verso Roma 
 
La muratura della cinta è ‘a sacco’ con paramenti in blocchetti di tufo e bozze e bozzette di materiali di reimpiego come marmo, lava, calcare, travertino, che portano spesso impressi sulle facce a vista i segni delle lavorazioni dei blocchi originari (1).
 
 
La chiesa di San Nicola
 
Sul lato dell'Appia opposto al palazzo sorge la chiesa di San Nicola. Consacrata il 12 maggio del 1303, presenta una pianta a navata unica, con una facciata rettilinea sormontata da un campanile a vela conservatosi per metà.
 
 
Sulla facciata si apre un semplice portale con cornice marmorea, al di sopra del quale è posto un oculus. i fianchi sono contrastati da otto contrafforti per lato, fra i quali si alternano monofore sormontate da archi ogivali con profilo marmoreo trilobato. L’abside è ampia e sporgente sul fronte posteriore.
 
 
L'interno era partito in sette campate da sei archi acuti trasversali dei quali rimangono soltanto lungo le pareti le mensole in peperino, decorate con un motivo lanceolato di foglie che emergono da un piccolo fiore che conclude inferiormente l’elemento, su cui s'impostavano le costolature. Della copertura lignea a doppia falda rimangono solo le impronte sul prospetto interno della facciata.
Si tratta dell'unico esempio presente a Roma di architettura gotico cistercense.
 
 
Marina Righetti Tosti-Croce ha inoltre sottolineato delle corrispondenze con stilemi che ricorrono in alcune architetture angione, come il motivo del profilo trilobato con lobo superiore più alto rispetto ai laterali, di derivazione francese e riscontrabile anche nella chiesa napoletana di Santa Chiara (1310-1340), la tipologia della contraffortatura o la particolare soluzione stilistica dei peducci d’appoggio dei costoloni (2). Si ha inoltre notizia dell'esistenza all'interno del borgo fortificato un altro edificio di culto, dedicato a San Biagio e di cui non resta alcuna traccia. Questo ha fatto pensare che la chiesa di San Nicola potesse avere la funzione di cappella palatina.
 

 
Con la morte di Bonifacio VIII le fortune dei Caetani declinarono rapidamente e già nel 1305 il castello passa nelle mani dei Savelli. A tal proposito si è anche avanzata l'ipotesi, vista la somiglianza tra la cinta muraria di Capo di Bove e quella della rocca dei Savelli sull'Aventino, che alcune pertinenze delle fortificazioni vadano attribuite al periodo in cui questi tennero il castello.
Nel 1312, Giovanni Savelli si schierò contro l'imperatore Enrico VII a fianco di papa Clemente V. Per ritorsione l'imperatore fece prendere d'assalto Capo di Bove e il piccolo borgo fu dato alle fiamme. Alla morte di Enrico VII (1313) si scatenò una vera e propria guerra per il possesso del castello che terminò con la vittoria dei Colonna.
All'inizio del XV secolo troviamo gli Orsini come proprietari, anche se il fortilizio sembra da questo momento utilizzato soprattutto come luogo di accampamento per le truppe in marcia verso Roma.
 
Note:
 
(1) Questa tipologia di muratura, che comincia a diffondersi in Italia a partire dal IX secolo e diviene caratteristica dell'epoca bassa, fu definita da Piranesi opera saracinesca, a significare sia l'imbarbarimento delle tecniche costruttive romane sia il fatto che cominciò appunto a diffondersi con le invasioni saracene.
(2) M.Righetti Tosti-Croce, Un'ipotesi per Roma angioina : la cappella di S. Nicola nel castello di Capo Bove in Roma anno 1300, 1983.








martedì 29 agosto 2017

La basilica di Santa Sabina

La basilica di Santa Sabina


La basilica paleocristiana di Santa Sabina fu fondata dal sacerdote Pietro d'Illiria nel 425 d.C. durante il pontificato di Celestino I ed ultimata nel 432 sotto Sisto III, sul luogo precedentemente occupato dal "titulus Sabinae" - una domus ecclesiae che sorgeva sulla proprietà di una matrona romana che portava questo nome (1) - utilizzando le 24 colonne bianche di marmo ancirano appartenenti al "Tempio di Giunone Regina" che sorgeva nelle vicinanze. Fu restaurata da papa Leone III (795-816) e poi da papa Eugenio II (824-827), a cui si devono la costruzione della schola cantorum, quella di un ciborio scomparso durante il sacco dei lanzichenecchi (1527) e la traslazione delle spoglie dei santi Alessandro, Teodulo ed Evenzio che furono riposte nella cripta.
Questi lavori furono soltanto l'inizio di una serie di rimaneggiamenti che finirono per stravolgere l'intera costruzione.
A causa della posizione privilegiata che le permetteva di dominare la zona sottostante ed una parte del corso del Tevere, nel X secolo la basilica venne trasformata in un fortilizio per ordine di Alberico II (2). In seguito divenne residenza fortificata di alcune nobili famiglie, i Crescenzi prima ed i Savelli dopo: proprio un membro di quest'ultima famiglia, Cencio, divenuto papa con il nome di Onorio III, nel 1219 concesse la chiesa e parte del palazzo a San Domenico Guzman, fondatore dell'Ordine dei Predicatori (meglio conosciuti come "Domenicani"), che qui visse e operò, tanto che la sua cella, trasformata in cappella, è tuttora visitabile. All'epoca dell'insediamento dei Domenicani risale la costruzione del chiostro e del campanile (poi mozzato nel XVII secolo).

La superfetazione barocca del campanile

Nel 1587 fu restaurata da Domenico Fontana per incarico di Sisto V: in questa occasione furono radicalmente trasformati gli aspetti medioevali della chiesa, con la demolizione della schola cantorum, la costruzione di un nuovo altare maggiore con un grande baldacchino, la tamponatura di quasi tutte le finestre, l'asportazione dei marmi dell' abside e del soffitto a lacunari.
Nel 1643 fu ulteriormente restaurata da Francesco Borromini e nel 1938 da Antonio Muñoz, su commissione dell'Ordine Domenicano, che riportò la chiesa all'antico aspetto medioevale, eliminando le sovrastrutture barocche. Nel 1874 il Comune di Roma utilizzò l'edificio conventuale come lazzaretto, in occasione di un'epidemia di colera che colpì la città.

 
L'atrio presenta due dei tre antichi ingressi alla chiesa, mentre il terzo venne chiuso nel XIII secolo per consentire la costruzione del campanile. E' scomparso invece pressochè completamente il nartece del V secolo, cancellata dagli interventi successivi ad eccezione dei portali lignei. Uno di questi, inquadrato da una magnifica cornice marmorea, permette di accedere all'interno della chiesa, ma quello degno di menzione è il portale laterale in legno di cipresso del V secolo, coevo quindi alla costruzione della chiesa, unico manufatto di tal genere rimasto a Roma: gli stipiti sono ricavati da cornici di età romana ed i 18 pannelli a rilievo superstiti dei 28 originali raffigurano scene dell'Antico e Nuovo Testamento.

 
Il primo pannello in alto a sinistra raffigura Cristo in croce tra i due ladroni e, visto che risale al V secolo, rappresenta la più antica raffigurazione plastica della Crocifissione. Nel 1836 i pannelli furono restaurati e fu proprio in questa occasione che nel pannello raffigurante il "Passaggio del Mar Rosso" il restauratore modificò il volto del Faraone in procinto di annegare raffigurandovi quello di Napoleone Bonaparte, evidentemente ancora odiatissimo nella città del papa nonostante fosse deceduto da 15 anni.

Napoleone Bonaparte nei panni del Faraone travolto dalle acque
 
Sulla parete tra i due portali lignei è stato recentemente riscoperto un affresco che raffigura al centro la Vergine con il Bambino affiancata dai santi Pietro e Paolo e, alle estremità, dalle sante Sabina e Serafia, che introducono, a sinistra, i due committenti (raffigurati con l'aureola quadrata, quindi ancora vivi al momento della realizzazione dell'affresco) e, a destra, il papa regnante, probabilmente Agatone (678-681).
 
 
Proprio le figure dei donatori, indicati dall'iscrizione come l'arcipresbitero Teodoro e il presbitero Giorgio e identificati con i due legati papali al Concilio di Costantinopoli del 680 (3), hanno permesso di datare l'opera tra la fine del VII e i primi anni dell'VIII secolo.
 
L'interno della chiesa presenta una pianta basilicale a tre navate divise da 24 colonne corinzie scanalate sui cui capitelli poggiano archi: su essi corre un fregio di marmi policromi che compongono un motivo di calici e patene.
 
Particolare del fregio in marmi policromi
 
Le pareti un tempo erano rivestite da tarsie di cui oggi restano scarse tracce, mentre sulle pareti laterali sta un ornato floreale ad affresco del V secolo.
Sulla controfacciata si snoda la grande iscrizione metrica dedicatoria con l'affermazione del primato del papa, vescovo di Roma, che ricorda sia papa Celestino I sia il fondatore Pietro d'Illiria: l'autore dei versi è ritenuto San Paolino da Nola. Ai lati sono situate due grandi figure femminili allegoriche, una rappresentante la Chiesa di Gerusalemme (ecclesia ex circumcisione) con l'Antico Testamento in mano e l'altra la Chiesa Romana (ecclesia ex gentibus) con il Nuovo Testamento. Il tutto realizzato in uno splendido mosaico policromo che veniva completato, in origine, lungo le pareti della navata, dalle figure degli apostoli Pietro e Paolo e dagli Evangelisti.
 
Sull'arco trionfale erano raffigurate Betlemme e la Gerusalemme celeste, più in basso il Cristo con i 12 Apostoli e gli Evangelisti (ricostruiti in epoca moderna con affreschi realizzati da Eugenio Cisterna nel 1919-1920).
Nel catino absidale si vede oggi un affresco realizzato da Taddeo Zuccari nel 1569 (pesantemente ripreso da Vincenzo Camuccini nel 1836 e ancora dal Cisterna nel 1919-1920) che raffigura il Cristo, circondato dagli apostoli e dai santi, assiso su un monte da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso a cui si abbeverano gli agnelli. E' probabile che l'affresco riprenda il tema iconografico dell'originale mosaico del V secolo.
 
 
Entrando in chiesa, sull'angolo sinistro, c’è una piccola colonnina tortile che sostiene una pietra nera tondeggiante, con grosse incisioni, dei buchi, come di un enorme artiglio.


Secondo la leggenda, San Domenico stava pregando prostrato in terra nel punto dove è oggi posta la colonnina quando il diavolo tentò ripetutamente di indurlo in tentazione. Infuriatosi per la vacuità dei suoi tentativi, afferrò con i suoi artigli incandescenti un pesante blocco di basalto nero (probabilmente un peso di una antica bilancia romana) e glielo scagliò contro con una violenza inaudita quanto inutile. Il blocco cadde sfiorando il santo, il quale non si fece neppure un graffio, nè si distolse dalla sua preghiera.

Al centro della navata centrale è posta la pietra tombale decorata a mosaico di uno dei primi generali dei domenicani, lo spagnolo Muñoz de Zamora (1285-1291), forse opera di Jacopo Turriti.

Note:
 
(1) Vissuta all'epoca di Adriano (117-138), Sabina, moglie del senatore Valentino, una volta rimasta vedova, fu convertita alla fede cristiana dalla propria ancella Serapia di origine antiochena. Accusate di aderire al nuovo culto, le due donne furono uccise a pochi giorni di distanza intorno all'anno 120.
 

(2) Figlio del duca Alberico I di Spoleto e di Marozia della potente famiglia romana dei Teofilatti, governò de facto Roma dal 932 alla sua morte nel 954. E' noto anche come Alberico di Roma, anche perchè non ereditò dal padre il titolo di duca di Spoleto.
 
(3) Della delegazione inviata da papa Agatone al Concilio di Costantinopoli del 680 faceva parte anche un terzo prelato, il diacono Giovanni, futuro papa Giovanni V (685-686) che però non figura nell'affresco.