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domenica 19 novembre 2017

La via Latina: le catacombe dei SS. Gordiano ed Epimaco

La via Latina: le catacombe dei SS. Gordiano ed Epimaco

Si trovanoi al I miglio della via Latina all’altezza del civico 39.
Sono attualmente chiuse al pubblico: per la visita è necessaria un'autorizzazione da richiedere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.

L'ingresso alle catacombe
 
Il complesso cimiteriale, che si sviluppa su due livelli ed in origine era composto da due nuclei distinti, risale in gran parte alla seconda metà del IV secolo. Le sepolture sono intensive, i loculi, chiusi da semplici bipedali, risultano utilizzati più volte. Si tratta di deposizioni molto umili che denotano la povertà delle persone qui sepolte.
Gli itinerari altomedievali menzionano inoltre la presenza, nel sopraterra, di una piccola basilica, dedicata ai santi Gordiano ed Epimaco, e di un mausoleo dedicato a Trofimo di cui non rimane più traccia.
Secondo una passio ampiamente leggendaria riportata dagli Acta Sanctorum, Gordiano era un vicario dell'imperatore Giuliano (360-363) ed era un persecutore dei cristiani: fu convertito dal presbitero Gennaro, che gli era stato ordinato di interrogare, e fu battezzato insieme alla moglie Marina e a 53 suoi familiari. Venuto a conoscenza dell'episodio, Giuliano fece imprigionare Gordiano e lo fece decapitare: il suo corpo rimase insepolto per cinque giorni, fino a quando un servo riuscì a seppellirlo in un sepolcro al primo miglio della via Latina, accanto al corpo di Epimaco. Quest'ultimo, cristiano di Alessandria, era stato martirizzato – imprigionato e torturato per essersi rifiutato di sacrificare all'imperatore, fu infine gettato in una fossa piena di calce viva - circa un secolo prima sotto Decio (249-251), successivamente le sue reliquie erano state portate e tumulate a Roma.
La Notitia ecclesiarum urbis Romae, un itinerario per pellegrini noto anche come Itinerario di Salisburgo composto verso la metà del VII secolo, vi ricorda sepolti anche i santi martiri Quarto e Quinto (due chierici capuani martirizzati a Roma nel IV sec.), Sulpicio, Serviliano e Sofia.

L’unico cubicolo affrescato dell’intero complesso – il cosiddetto Cubicolo D - fu scoperto soltanto nel 1955, a seguito dei lavori di fondazione per la realizzazione di un nuovo edificio e presenta una pianta quadrata con tre arcosoli.

 
In una emivolta si osserva al centro Cristo seduto in trono tra gli apostoli Pietro e Paolo, mentre più lateralmente si dispongono due figure, probabilmente gli stessi martiri eponimi Gordiano ed Epimaco, che gli offrono la corona del martirio.

La Resurrezione di Lazzaro
 
Nell'altra emivolta, al centro Adamo ed Eva tentati dal serpente mentre a sinistra si distingue la Resurrezione di Lazzaro.

Susanna tentata dai vegliardi
 
Nella lunetta dell'arcosolio che si apre sulla parete di destra è invece raffigurata Susanna al bagno tentata dai due vegliardi (Daniele, XIII).


martedì 14 novembre 2017

La via Latina: l'ipogeo di Trebio Giusto

La via Latina: l'ipogeo di Trebio Giusto


La scoperta di questo ipogeo - che si trova in prossimità del I miglio della via Latina, al di sotto di una palazzina al civico n.13 di via Giuseppe Mantellini - avvenne casualmente nel 1911, ad opera del proprietario del terreno, il quale, messo in allarme da alcune lesioni che minacciavano il suo villino, volle controllarne le fondamenta, scoprendo così una camera funeraria completamente ricoperta di pitture.
Attualmente l'unica via d'accesso al monumento è una botola situata nei locali di una officina meccanica. La planimetria della camera funebr (C, nella pianta) e è perfettamente quadrata (260 cm. di lato) e l'ingresso originario a cui si arrivava a mezzo di una galleria, ora completamente franata e lungo la quale in epoche successive furono realizzate alcune sepolture ad arcosolio, presenta un arco che introduce al cubicolo.

Nello spessore dell'arco sono dipinti due genietti canefori (portatori di canestri) dai quali parte una decorazione vegetale che va a ricongiungersi sulla sommità dell' arco stesso.
Su ognuna delle due pareti laterali del cubicolo sono scavati tre loculi, mentre la parete di fondo è caratterizzata da un'arcata completamente affrescata, nella parte mediana della quale si apre un profondo arcosolio.

La parete di fondo

Nella lunetta dell'arcosolio è dipinto il ritratto del defunto intorno al quale sono disposti una serie di elementi: la teca calamaria, il rotulo, molte tavolette cerate ed una cista di volumi. Lungo il bordo superiore dell'arcata, si legge la seguente iscrizione: Trebius Iustus et Horonatia Saeverina Filio Maerenti Fecerunt Trebio Iusto Signo Asello Qui Vixit Annos XXI Meses VI Dies XXV (Trebio Giusto ed Horonazia Severina fecero costruire il sepolcro per il meritevole figlio Trebio Giusto, detto Asello, che visse ventuno anni, sei mesi e venticinque giorni).
Sulla parete al di sopra dell'arcosolio un personaggio femminile in dalmatica e un personaggio maschile in tunica corta clavata (presumibilmente i genitori del defunto) sostengono un drappo su cui sono deposti alcuni oggetti: quattro armille, un anello gemmato, un vasetto biansato e molti piccoli oggetti di forma rotonda. Dietro il drappo è seduto un personaggio maschile (molto probabilmente si tratta nuovamente del defunto) in tunica corta clavata che poggia i piedi su un suppedaneo.
Al di sotto dell'arcosolio, al centro è dipinto stante il defunto ai lati del quale si dispongono alcuni lavoratori agricoli accanto ai quali erano un tempo indicati i nomi (rimane leggibile solo quello di Valerius). Sopra il ritratto del defunto campeggia la scritta ASELLAE – PIAE – Z...., intrepretabile come la trascrizione latina della formula augurale greca “Pie Zeses” (letteralmente bevi, vivrai) dove i due dittonghi “ae” sono un errore dello scriba che ricorre anche nella didascalia dell'arcosolio (nelle parole Saeverina e Maerenti).

La parete di sinistra
 
Nella parete di sinistra del cubicolo sono raffigurati alcuni operai intenti alla costruzione di un edificio. Si tratta di un dipinto straordinariamente realistico e quasi unico nel suo genere, in cui viene rappresentato nei dettagli il tipo di impalcatura utilizzato dai muratori romani.

La parete destra
 
Sulla parete di destra si vedono due personaggi, uno, presumibilmente un architetto, con in mano una lunga asta, impartisce ordini all'altro, un capo mastro (?), definito dalla didascalia generosus magister, con in mano una cazzuola e un'assicella che in proporzione dovrebbe rappresentare la misura del piede romano. Alle spalle di queste due figure si vede una costruzione terminata che sembra essere quella cui stanno lavorando gli operai sulla parete opposta.

La parete d'ingresso
 
Nella parete d'ingresso, nella lunetta in alto è dipinta una scena di lavoro agricolo con due personaggi maschili che trasportano cesti di erbaggi. Sulle pareti che fiancheggiano la porta d'ingresso due cavalli (o muli) che trasportano delle ceste o reti piene di sassi sospinti dagli excitatores. Al di sopra del cavallo di sinistra si legge il nome Leporius. In basso a destra si nota una figura provvista di barba e baffi che sembra emergere dal sottosuolo tenendo nella sinistra una lucerna accesa.

La volta
 
Nella volta a crociera campeggia infine la figura del Buon pastore che tiene un flauto nella destra e un bastone nella sinistra ed è fiancheggiata da due pecore.

La particolarità del programma decorativo della tomba ha sollevato negli studiosi che se ne sono occupati non pochi problemi interpretativi. L'unico elemento iconografico chiaramente riconducibile ad un alveo culturale cristiano è infatti la figura del Buon pastore dipinta nella volta. Quasi tutto il resto sembra invece ispirato alla vita reale e alle attività svolte dal defunto in vita sì da farlo identificare come un architetto o un imprenditore edile, oltre che proprietario terriero. Ma un realismo così vivido ed un elogio così enfatico della vita del defunto non hanno raffronti nella pittura cimiteriale cristiana del III-IV secolo (1). Appare inoltre quanto meno strano che se davvero la professione del giovane defunto fosse stata quella di architetto, così bravo da essere celebrato come tale nella decorazione della sua tomba, non se ne faccia alcuna menzione nella epigrafe dell'arcosolio.
Sulla scorta di queste incongruenze Orazio Marucchi (2) ha avanzato un'ipotesi interpretativa che legge l'intero programma decorativo in chiave simbolica e collega le convinzioni religiose del nucleo familiare al credo di una setta eretica gnostica.

Lo Gnosticismo: con il termine gnosticismo si designa un gruppo di correnti filosofico-religiose che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III. Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, di un’intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo studio delle teorie gnostiche erano costituite soprattutto da descrizioni e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori cristiani, in particolare Ireneo (Adversus Haereses) – che fu il primo a designare questa eresia come gnostica - Epifanio (Adversus Omnes Haereses) e Tertulliano (De Praescriptione Hareticorum).
La gnosi è la conoscenza di Dio e delle origini e destino della razza umana per mezzo della rivelazione, trasmessa direttamente dal Cristo ad una ristretta cerchia d'iniziati.
Secondo gli gnostici il Dio supremo e incomprensibile aveva generato per emanazione altri esseri (Aeones) in numero di 30 che dimoravano nel Pleroma (il luogo superiore). L'ultimo degli Eoni, Sophia, si corruppe con la lussuria e precipitò nelle tenebre dando origine al Demiurgo (3) che, coadiuvato da sette Archontes (uno per ognuna delle sette sfere celesti), creò il mondo materiale e gli uomini. Ma la madre Sophia, a sua insaputa, infuse negli uomini la scintilla divina (pneuma) che aspira ad essere reintegrata nel Pleroma. Il Demiurgo e gli Archontes abitavano il Medietas (il luogo di mezzo) mentre gli uomini assieme ai demoni abitavano il Kenoma (il luogo inferiore).
Sophia, rimasta imprigionata nel mondo materiale, è angosciata e disperata per cui il Cristo (un altro Eone), il Salvatore, mosso a pietà, discende attraverso le sette sfere degli Arconti e giunge nel mondo per liberarla ed insegnare agli uomini la vera dottrina.
Dopo la morte, il corpo restava tra le cose del mondo ed era destinato ad essere bruciato assieme a tutte le cose materiali, mentre l'anima dell'iniziato intraprendeva il suo viaggio per ricongiungersi a Dio nel Pleroma. Per far questo doveva però attraversare le sette sfere celesti e poteva farlo grazie alle parole segrete, agli amuleti e alle formule magiche di cui è in possesso e che costringeranno i sette Arconti a lasciargli il passo.

Punti di forza dell'interpretazione in chiave gnostica delle pitture del sepolcro di Trebio Giusto - per la quale rimandiamo al testo di Marucchi – sono: nella parete a sinistra dell'ingresso, la presenza di una donna barbuta (tutti gli Eoni sono maschio e femmina) che tiene in mano una lucerna e sembra emergere dal sottosuolo ed in cui l'autore identifica la Sophia che cerca di liberarsi dalle tenebre.

La donna barbuta

Nei tre registri della parete di fondo – dove il defunto è raffigurato tre volte – sarebbero rappresentati i tre diversi livelli del Kenoma, della Medietas e del Pleroma.

 
In quello inferiore il defunto è nel Kenoma insieme ai contadini che raccolgono la zizzania (i corpi) destinata ad essere bruciata dopo essere stata separata dal grano (le anime degli eletti).
 
 
Nell'arcosolio, l'anima del defunto sarebbe raffigurata nel Medietas, con un volume aperto sulle ginocchia e circondato da tavolette di cera e strumenti di scrittura mentre s'imbeve (cfr. l'iscrizione augurale pie zesis qui posta) di scienza gnostica per poter attraversare le sfere celesti e raggiungere il Pleroma che sarebbe rappresentato nel registro più alto.

 
Qui il defunto è seduto e poggia i piedi su un suppedaneo (simbolo di onore e dignità, giacchè ha ormai raggiunto il Pleroma). Davanti a lui una figura femminile ed una maschile sorreggono un drappo su cui si osservano diversi oggetti, tra questi spicca un anello gemmato (cerchiato in rosso nell'immagine) che potrebbe essere un abraxas, un sigillo in cui era a volte incisa questa parola ritenuta magica e che era in uso presso le sette gnostiche sia come segno di riconoscimento sia come amuleto. Nel Pleroma l'anima è infatti ancora oggetto degli attacchi degli Arconti da cui deve difendersi con rituali magici e talismani.

 
Nella parete sinistra del cubicolo non sarebbe rappresentata una semplice scena di lavoro edile, ma la costruzione della città mistica destinata agli eletti. I due personaggi raffigurati sulla parete di destra sarebbero quindi in relazione con la costruzione della città: a sinistra l'architetto con il bastone di comando e a destra il generosus magister - che tiene in mano il piede romano e guarda verso la città in costruzione sulla parete opposta - che si appresta ad eseguire le istruzioni ricevute.
 
 
Note:
 
(1) La datazione delle pitture non è del tutto certa, alcuni aspetti come i corpi massicci, la gestualità contenuta e le vesti con ornature tipiche dell'età costantiniana, farebbero pensare ai primi decenni del IV secolo mentre i dati paleografici sembrano suggerire una datazione più alta (seconda metà del III sec.).
 
(2) O. Marucchi, L'ipogèo sepolcrale di Trebio Giusto recentemente scoperto sulla via Latina e proposta di spiegazione gnostica delle sue pitture, in Nuovo bullettino di archeologia cristiana, vol. 17, 1911, pag. 209-236.
 
(3) Per alcune correnti gnostiche, il Demiurgo (a volte chiamato Yaldabaoth) s'identificava con Yahweh, il Dio vendicativo del Vecchio Testamento mentre l'Entità Suprema s'identificherebbe nel Dio buono del Nuovo Testamento.

Videografia:

Alberto Angela, in Passaggio a Nord Ovest, 2009








venerdì 3 novembre 2017

La via Latina: Il sepolcro dei Valerii, la mansio ed il sepolcro Baccelli

La via Latina: Il sepolcro dei Valerii, la mansio ed il sepolcro Baccelli

Il Sepolcro dei Valerii
Si trova sul lato destro della via Latina tra il III e il IV miglio, quasi al termine del tratto compreso nel parco archeologico, e può essere datato al 160-170 grazie al rinvenimento su frammenti di mattoni della volta della camera ipogea di bolli consolari.


È caratterizzato da una pianta rettangolare e da un portico frontale a due colonne (solo quella di sinistra in marmo cipollino è originale) con una finestra rettangolare sul piano superiore e una copertura a tetto spiovente. Alla camera ipogea si accede per mezzo di due scale simmetriche. Tra il 1859 e il 1861 l'elevato fu in buona parte ricostruito sui resti della muratura originaria al fine di salvaguardare gli intonaci e gli stucchi della camera sotterranea.

La camera ipogea

La camera funeraria ipogea principale - è infatti preceduta da un vestibolo anch'esso destinato ad accogliere le sepolture - conserva l’originaria decorazione in stucco bianco, articolata in 35 medaglioni e riquadri di dimensioni variabili, che orna le lunette e la volta a botte con rappresentazioni di creature fantastiche, eroti, figure femminili.


Tra gli stucchi si nota - al centro della volta – quello raffigurante l'anima della defunta (avvolta nel velo mortuario) trasportata in cielo sulle ali di un grifone. Sulle pareti rimangono visibili le impronte delle lastre di marmo di rivestimento e i relativi fori delle grappe di ferro che le sostenevano, mentre il pavimento della camera risulta ancora in parte rivestito in marmo. Per quanto non sia certa l'attribuizione della tomba alla famiglia dei Valerii, è invece certo che si tratti di una tomba di famiglia per la presenza all'interno della camera funeraria di un'altana destinata ad accogliere il sarcofago del capofamiglia.

La Mansio


A sinistra del monumento sono state scavate diverse strutture che ancora nel IV secolo erano probabilmente destinate alla sosta e al ristoro dei viaggiatori. Si tratta probabilmente di una mansio, una stazione di sosta dove i viaggiatori giunti in prossimità della città potevano riposare rinfrescandosi alle terme e ristorarsi onde poter entrare a Roma con un aspetto presentabile.


All’ingresso dalla strada si notano le basi di due colonne che probabilmente sorreggevano due statue e il basolato della strada che entra nell’area della mansio a realizzare una sorta di passo carrabile.
 
La vasca al centro del peristilio

Le stanze appaiono disposte intorno ad un peristilio con al centro una grande vasca mentre un ninfeo con pavimento a mosaico è posto al termine di un porticato anch'esso pavimentato a mosaico che delimita il complesso sul lato retrostante il sepolcro.

Il ninfeo

Sul fianco e sul retro del sepolcro sono state inoltre rinvenute due cisterne per l’acqua che alimentava la vasca ed il ninfeo.
Una campagna di scavi condotta negli anni 2006-2007 ha portato alla luce anche la parte orientale della mansio: tre ambienti in laterizi dalla probabile funzione di tabernae. Separati dal complesso della mansio da un corridoio accessibile dalla strada, sono stati individuati inoltre altri due edifici distinti (uno in opera reticolata e l'altro in laterizi e blocchetti di tufo), le cui funzioni sono ancora oggetto di indagine.
Il fatto che la mansio sorgesse a fianco al monumento funebre non deve apparire strano; probabilmente gli stessi proprietari della stazione di sosta avevano dato in concessione l’uso del loro terreno per costruire il sepolcro e si occupavano della manutenzione dello stesso.


Sepolcro Baccelli


In fondo all’area del parco archeologico, sempre sul lato destro della via Latina e in posizione leggermente arretrata e rialzata rispetto al tracciato stradale, si staglia la facciata di un sepolcro noto con il nome di tomba Baccelli, dal nome del ministro della Pubblica Istruzione (Guido Baccelli) che agli inizi del XX secolo curò l’intera area archeologica. L’edificio, che per molti secoli rimase integro e che nel XVI secolo fu usato come chiesa, subì successivaente un rovinoso crollo a seguito del quale rimase in piedi solo la facciata NO.

 
Il sepolcro era a due piani con un vano ipogeo comunicante con la camera superiore mediante un sistema di rampe interne. L’ambiente sotterraneo consta di due vani, attualmente non accessibili, e al di sotto del pavimento trovavano posto delle sepolture disposte su due file e tre strati di deposizione. La camera superiore presentava pareti articolate in nicchie e arcosoli impreziositi da eleganti trabeazioni e frontoni. Nonostante lo stato di conservazione alquanto precario è ancora oggi apprezzabile l’eleganza compositiva della facciata e delle sue modanature fittili. Al centro in basso si apre l’ingresso sormontato dalla targa marmorea moderna che ricorda il ministro Baccelli, a sua volta affiancata da due aperture simmetriche inquadrate da eleganti cornici in cotto. La trabeazione del timpano è andata perduta ma dai pochi lacerti visibili se ne può apprezzare l’eleganza modulata nella successione delle cornici sagomate nel laterizio rosso e giallo.
 
Fotografia della metà dal XIX secolo
Fototeca dell'Istituto Archeologico Germanico
Roma
 
L’aspetto esterno della tomba Baccelli, ricostruibile sulla base dei disegni lasciati da Pirro Ligorio e documentato da fotografie precedenti il crollo, non doveva apparire molto dissimile da quello della tomba Barberini.




mercoledì 1 novembre 2017

La via Latina: il Sepolcro Barberini

La via Latina: il Sepolcro Barberini

Parte dell'area compresa tra il II ed il III miglio dell'antica via Latina (circa due ettari) è oggi adibita a Parco archeologico.
La riscoperta dei monumenti presenti in quest'area si deve all’iniziativa di un cittadino privato, Lorenzo Fortunati, un insegnante con la passione per l’archeologia, che ottenne dallo Stato Pontificio la concessione di scavo nella tenuta del Corvo, di proprietà delle famiglie aristocratiche Barberini-Lante della Rovere e Belardi. Gli scavi furono eseguiti negli anni 1857-1858 sotto il pontificato di Pio IX come ricordato dalla lapide murata su un sepolcro a pilastro che si trova attualmente subito dopo l'ingresso al parco archeologico. Agli inizi del XX secolo l’area demaniale fu adibita a giardino pubblico per iniziativa del ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, assumendo le connotazioni attuali.

Il sepolcro a pilastro su cui è murata la targa che ricorda l'opera di Lorenzo Fortunati

Proseguendo lungo l'antico tracciato della via Latina, che in alcuni tratti conserva ancora il basolato originale, si incontra sulla destra il sepolcro detto Barberini dal nome dei proprietari del luogo al momento della sua riscoperta. E' detto anche Sepolcro dei Corneli da una epigrafe oggi scomparsa, ma riportata in un disegno del XVI sec. di Pirro Ligorio, su cui era inciso il nome L.Cornelius.

Il disegno di Pirro Ligorio che riporta l'epigrafe oggi scomparsa
Bodleian Library, Oxford
 
Si tratta di un sepolcro a tempietto in laterizi policromi riconducibile alla seconda metà del II secolo (periodo degli Antonini).
 

La camera sotterranea seminterrata è accessibile dall’esterno dell’edificio e prende aria dalle strette feritoie poste alla base del monumento. In questa camera venne rinvenuto il sarcofago Barberini raffigurante il mito di Protesilao e Laodamia oggi conservato nei Musei Vaticani (vedi oltre).
Il piano terra ha l’ingresso sul lato dell’edificio opposto alla strada mentre sul fronte stradale presenta tre aperture oggi murate, la mediana delle quali doveva contenere l'epigrafe sopra citata. Sempre sul fronte strada, a livello del piano rialzato, si apriva una grande finestra ad arco, di cui si percepisce l'ampiezza attraverso la tamponatura.

L'ingresso sul lato posteriore dell'edificio

Originariamente la tomba era completamente circondata da un muro che chiudeva uno stretto ambulacro scoperto che dava accesso all'ingresso sul lato posteriore dell'edificio e alla scala esterna che introduceva alla camera ipogea.

Planimetria
da Pietro Santi Bartoli, Antichi Sepolcri, 1697

All'interno, a livello del piano terra, l'edificio è costituito da una sala rettangolare destinata alle sepolture, nelle cui pareti, molto articolate, si aprono numerose nicchie, alcune delle quali inquadrate da lesene sormontate da timpani. La parete di fondo era caratterizzata invece dalla presenza di un’edicola con tetto a spiovente, probabilmente dedicata alla memoria dei defunti. Tramite una scala interna (di cui rimangono tracce sulla parete cui era addossata) si poteva accedere alla camera superiore, dove verosimilmente si svolgevano i riti cultuali dedicati ai defunti. La copertura, con volte a crociera rialzata era rivestita da affreschi e decorazioni in stucco ad ovuli e palmette: su uno sfondo monocromo rosso è ancora possibile apprezzare partiture definite da sottili cornici campite da bande azzurre e arricchite da figurine nelle quali si distinguono personaggi umani, vittorie alate su bighe con amorini, uccelli e animali marini.

Particolare della decorazione della volta
 
Restano tracce del pavimento a mosaico del piano terra mentre il solaio del primo piano fu abbattuto nell’ottocento per utilizzare la struttura come fienile (nel recente restauro dell'edificio è stata ripristinata in sua vece una griglia metallica).
Il tempietto interamente in laterizio è un esempio della virtuosa tecnica raggiunta in quel periodo nell’utilizzo del mattone, con mattoni rossi utilizzati per realizzare le mura e le semicolonne e mattoni gialli utilizzati per realizzare i capitelli corinzi, le architravature che avvolgono l’edificio e le cornici delle finestre e della porta. Infine si notano chiaramente le tracce dei successivi restauri volti a chiudere le parti di muratura crollate, l'edificio ebbe infatti un utilizzo agricolo fino al XIX secolo.


Il sarcofago Barberini

Fu estratto nel XVII secolo praticando un'apertura nella muratura della camera ipogea. E' attualmente conservato nei Musei Vaticani (Museo Pio-Clementino, galleria dei candelabri).
Vi è raffigurato il mito di Protesilao e Laodamia.

Protesilao aveva sposato Laodamia, figlia di Acasto re di Iolco (città della Tessaglia che sorgeva nei pressi dell'odierna città di Volos). Dopo aver trascorso assieme alla sposa una sola notte, partì con la spedizione achea contro Troia. Protesilao si trovava sulla stessa nave in cui era imbarcato Achille.
Un oracolo aveva profetizzato che il primo greco a toccare terra sarebbe stato il primo anche a morire nella guerra di Troia, Achille vedendo che nessuno degli achei si faceva avanti decise di lanciarsi nel suolo troiano ma Teti, sua madre, lo fermò con una mano e con l'altra spinse Protesilao che cadde sulla spiaggia e venne ucciso da Ettore.
Giunto nell'Ade, Protesilao implorò gli dei degli inferi di concedergli di trascorrere un ultimo giorno con la sua sposa. Ade e Persefone acconsentirono e Protesilao trascorse quell'ultimo giorno facendo l'amore con la sua sposa.
Al momento del distacco, Laodamia decise di realizzare una statua con le fattezze del marito in modo da poterla abbracciare e dormire con essa. Acasto, nei giorni successivi, notando l'assenza della figlia, mandò un suo servo a spiarla. Il servo riferì al re che sua figlia stava tutto il giorno chiusa nella sua camera ad amoreggiare con una statua e Acasto, per il bene della figlia, decise di far sciogliere la statua nell'olio bollente, ma Laodamia mentre la statua si scioglieva si gettò nel calderone ricongiungendosi così all'amato.
La morte di Protesilao non è descritta ma solo citata nell'Iliade (libro II, v.705). E' invece riferita da diversi autori greci e latini.


Sul lato frontale del sarcofago, da sinistra a destra, si osservano in sequenza: Protesilao che sbarca dalla nave, Protesilao colpito a morte e disteso in terra mentre la sua anima (rappresentata da una figura interamente coperta dal drappo mortuario) viene condotta all'Ade da Mercurio, quindi Mercurio che lo riconduce sulla terra, Protesilao e Laodamia che si tengono per mano dinanzi alle porte dell'Ade (al centro della composizione). Da notare che i volti della coppia sono appena abbozzati, avrebbero dovuto ricevere infatti le fattezze di chi doveva esservi deposto.
Nella parte destra Laodamia distesa sul letto si accomiata dall'ombra del marito con il suocero Ificlo piangente seduto ai piedi del letto e quindi si vede Mercurio che riconduce Protesilao da Caronte che tende la mano per ricevere l'obolo.

Le facce laterali del sarcofago
da Pietro Santi Bartoli, Antichi Sepolcri, 1697
 
Sulle facce laterali: a sinistra è raffigurato l'eroe vestito della sola clamide che si accomiata dalla moglie al momento di partire per la Troade; uno scudiero gli sostiene lo scudo. In quella di destra sono invece raffigurati i supplizi di Sisifo, Issione e Tantalo.




La via Latina: introduzione e Torre dell'angelo

La via Latina: introduzione e Torre dell'angelo

La via Latina di epoca romana – edificata tra il 328 ed il 312 a.C. - insisteva su un tracciato già esistente in epoca protostorica. Iniziava da Porta Capena come la via Appia – da cui però si separava quasi subito giacchè all'altezza delle mura aureliane alle due strade corrispondevano due diverse porte (Porta Latina e Porta San Sebastiano) – e terminava, dopo un percorso di circa 200 km, a Capua.
Superato il passo dell'Algido, la strada saliva verso Grottaferrata mantenedosi lievemente a destra dell'odierna Anagnina. Passava quindi sotto al Tuscolo, poi oltrepassava i Colli Albani e riscendeva lungo le valli del Sacco e del Liri, lungo lo stesso percorso della ferrovia che va a Napoli via Cassino, e rasentava in pianura le città collinari degli Ernici (Anagni, Ferento, Frosinone, etc.). A Fregellae (l'odierna Pontecorvo) scavalcava il Liri e poi attraversava Aquino, di cui costituiva il Decumanum maximum, proseguiva per Cassino ed infine raggiungeva Capua.



Secondo alcuni il nome di via Latina sarebbe legato alla conclusione della Guerra Latina (340-338 a.C.), che determinò il controllo di Roma sul Lazio meridionale e la parte settentrionale della Campania. Secondo altra ipotesi deriverebbe invece dall'iniziale destinazione della strada al Mons Albanus, dove si celebravano le Feriae Latinae, feste religiose dedicate al Giove laziale.
In epoca altomedioevale la via fu ancora molto praticata, soprattutto per i pellegrinaggi. Al I miglio si trovavano infatti le catacombe dei SS.Gordiano ed Epimaco con una piccola basilica subdiale a loro dedicata, al II le catacombe di Aproniano con la chiesa di S.Eugenia e al III la basilica di S.Stefano protomartire, i cui resti sono ancora visibili.
I papi Adriano I (772-795) e Leone III (795-816) restaurarono le chiese cimiteriali e la basilica, risistemando la strada che ad esse conduceva. Successivamente il terremoto dell'801 e l'impaludamento delle campagne determinarono una drastica riduzione dei pellegrinaggi eccezion fatta per la basilica che mantenne una certa importanza fino al XIII secolo.


La Torre dell'angelo
Lasciatasi alle spalle la Porta Latina, all'altezza del I miglio (al civico 55, poco prima del ponte sulla ferrovia), si incontra un sepolcro rettangolare in laterizio del tipo a tempietto, databile al II sec. d.C., che è il più interessante tra i resti archeologici visibili in questo primo tratto di strada.
 
lato verso la strada
 
Sono visibili tre piani, il più basso dei quali è seminterrato. L'ingresso, al piano terra, è sul lato verso le mura, mentre il lato sulla strada era utilizzato scenograficamente: al piano superiore si apriva infatti una grande finestra arcuata, nella quale era probabilmente collocata la statua del defunto; ai lati sono ancora visibili due semicolonne, anch'esse in laterizio ma di colore rosso, sormontate da capitelli dorici. Le piattabande, la cornice e infine il timpano, sono anch'esse in laterizio.
Il piano terra, che prendeva luce dalle finestre a feritoia ancora visibili nel retro, presenta alle pareti le nicchie che accoglievano le olle cinerarie.

lato verso le mura
 
I soffitti del piano seminterrato e del piano terra sono costruiti con la tecnica della volta a botte con soffitto a cassettoni, mentre il piano superiore è coperto con un tetto a doppio spiovente.
La tomba è circondata da un recinto sacro le cui pareti sono adibite a colombario; il tutto era poi al centro di un vasto insieme di catacombe, i cui cunicoli furono distrutti per costruire la scarpata della ferrovia Roma-Pisa.

 
La scala esterna, che collega la base col piano superiore, fu costruita in un secondo tempo, come si deduce dalla qualità peggiore del mattone.
Nel XIII secolo il sepolcro fu trasformato in fortilizio a presidio della strada; a questo scopo il recinto sacro fu riadattato a scopi difensivi, mentre la tomba venne sopraelevata con una torretta. Per sostenere la torre fu necessario rinforzare la facciata verso la strada murando la grande finestra arcuata, e sul muro di chiusura fu probabilmente dipinto l'arcangelo Michele da cui derivò il nome di "torre dell'Angelo".
Un discutibile restauro realizzato nel 1966 ha però eliminato tutte le parti medievali, ed ha purtroppo alterato anche alcuni elementi architettonici originali della facciata.




domenica 22 ottobre 2017

La via Appia: la Torre Selce

La via Appia: la Torre Selce


La Torre Selce si trova all'altezza dell'VIII miglio della via Appia e deve il suo nome o alle scaglie di selce con cui è rivestita o alla presenza di un’antica via (una silex traversa) nelle sue immediate vicinanze, forse da identificare con la strada (citata in un documento del 1140) che conduceva a un abbeveratoio pubblico (il Lacus domini Papae) fatto allestire da Callisto II (1119-1124).
La torre, che sembrerebbe risalire alla prima metà del XII secolo, s'innesta sui resti di un grande mausoleo (1) – in relazione al quale non è stato rinvenuto alcun frammento d’iscrizione utile a identificarlo - con un sistema di pilastri disposti a stella sui muri divisori interni del tamburo. Su questi pilastri venne impostata una serie di archi in laterizio, alcuni dei quali sono ancora ben conservati. L’alzato si presenta in opera incerta in blocchetti di peperino e selce su cui spicca una larga fascia bianca realizzata con frammenti di travertino. Nonostante i robusti contrafforti, della torre oggi rimangono in piedi soltanto due lati e mezzo. Le pareti presentano nicchie e fori per le travature lignee; una volta a crociera in muratura sosteneva l'ultimo piano. Sono ancora conservate alcune finestre prive di stipiti.
Il rivestimento a fasce e la notevole altezza fanno scorgere la Torre Selce anche da grandi distanze e dovevano permettere una facile comunicazione con altre torri e fortificazioni della zona.
In un disegno del Catasto di Alessandro VII (sec. XVII) Torre Selce è raffigurata come una costruzione merlata racchiusa da un alto recinto (che fu presumibilmente eretto utilizzando i massi di peperino del tumulo antico), munito di feritoie e coronato da merli: questo antemurale, oggi pressoché completamente scomparso, contribuiva certamente a rendere la torre difficilmente espugnabile.

 
Poche sono le notizie storiche su questa piccola fortezza. Sulla base dell'identificazione di Torre Selce con la Turris de Arcionibus - così detta in relazione agli archi dell'acquedotto della villa dei Quintili - si è voluto ricondurre la proprietà di questa torre alla famiglia Astalli.
In un atto dell’Archivio di S. Maria Nuova del 4 gennaio 1040 Pietro di Astaldo de Colosseo viene indicato come proprietario di una torre all’ottavo miglio, fuori porta San Giovanni.
Circa un secolo dopo, da un atto redatto il 1° novembre 1131, risulta che un certo Grisottus de Baruntio, cognato di un Astallus, vendette al monastero di S. Gregorio al Celio la sesta parte della turris de Arcionibus.
L’identificazione di Torre Selce con la Turris de de Arcionibus è ad ogni modo tutt'altro che certa. In realtà la prima indubbia citazione di Torre Selce è in un documento del 1150 in cui l'imperatore Corrado III cedette la Turris de Sclaceis (evidente corruzione di silicis) ai monaci di S. Gregorio al Celio. Questi ultimi rimasero a lungo proprietari del luogo: ne sono conferma le bolle papali di Innocenzo IV (12 luglio 1243) e di Bonifacio VIII (17 giugno 1299) dove compare come Turrem de Arcione.

 
Note:

(1) Del mausoleo originario rimane un ampio basamento quadrato di 22 m. di lato su cui s'impostava il tamburo che raggiungeva un'altezza di circa 9 m. I numerosi frammenti di marmo che si osservano nei pressi della torre appartenevano molto probabilmente alla ricca decorazione originale.


sabato 21 ottobre 2017

Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne


Il Triopio di Erode Attico: introduzione, ninfeo di Egeria e cisterne

Erode Attico, cittadino romano, era figlio di Vibullia Alcia Agrippina e di Tiberio Claudio Attico, un banchiere ateniese arricchitosi anche grazie all'esercizio dell'usura. Filosofo e letterato insegnò con notevole successo ad Atene, e raggiunse una fama tale che l'imperatore Antonino Pio (138-161) lo scelse quale precettore dei suoi due figli adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero.Trasferitosi a Roma ricoprì importanti cariche politiche (nel 143 ottenne il consolato e gli fu affidato il governo della Grecia e di parte dell'Asia Minore) e sposò la ricca e nobile Annia Regilla (140) - nonchè imparentata con la moglie di Antonino Pio, Faustina - ricevendone in dote i possedimenti tra il II e il III miglio della via Appia. Sparsi nell'attuale parco della Caffarella si trovano ancora i resti del complesso di edifici che egli fece costruire in luogo della villa di famiglia, in memoria della moglie, morta in Grecia nel 160 mentre era incinta, e che fu accusato di aver fatto assassinare da un suo liberto. Trascinato in giudizio dal cognato Annio Attilio Bradua ne uscì prosciolto da ogni accusa – probabilmente anche grazie all'intervento dello stesso Marco Aurelio – ma l'opinione pubblica continuò a ritenerlo colpevole. Anche perchè Erode non faceva nulla per nascondere la passione che provava per Polideuce, il giovane figlio di un suo liberto. Probabilmente per per ostentare il proprio amore per la moglie e fugare ogni sospetto dalla sua persona trasformò la residenza sull'Appia in una sorta di sacrario dedicato alla sua memoria.

Busto di Erode Attico
proveniente da Probalinthos (Grecia)
Museo del Louvre
 
Al nuovo complesso – che alla sua morte (170) fu assorbito nel demanio imperiale per essere successivamente inglobato nella residenza suburbana di Massenzio – diede il nome di Pago Triopio (1), che richiamava quello del santuario eretto a Cnido in onore di Demetra per ricordare la punizione inflitta dalla dea al figlio del re tessalo Triopa, Eresittone, che per aver tagliato il bosco a lei sacro fu condannato alla fame eterna.
La valle, pur suddivisa in diversi appezzamenti, continuò ad essere coltivata fino agli inizi del XV secolo, quando l'insalubrità del fondovalle, il timore di briganti e di invasori, ed il generale progressivo spopolamento della campagna romana, determinarono l'abbandono delle attività agricole.
Nel 1547 i Caffarelli entrarono in possesso della tenuta acquistandone i terreni da diversi proprietari e bonificarono la valle ridando slancio all'agricoltura e costruendo il casale detto della Vaccareccia. Ancora oggi la valle in cui si estende la tenuta è conosciuta come valle della Caffarella. Nel 1695 la tenuta fu venduta ai Pallavicini e nel 1816 venne infine rilevata dai Torlonia che la bonificarono per l'ultima volta restaurando e ampliando la rete idrica.
La valle della Caffarella è sempre stata ricchissima d'acqua. E' infatti attraversata dal fiume Almone (2), che nasce sui colli Albani e un tempo si gettava nel Tevere all'altezza del gazometro - nel dopoguerra venne deviato nel depuratore di Roma sud - raccogliendo le acque delle numerose sorgenti che ancora sgorgano nella valle (tra cui la Fonte Egeria da cui proviene l'omonima acqua minerale).
Su entrambi i versanti della valle si trovano i resti delle cisterne che servivano per l'irrigazione del fondovalle.

Il ninfeo di Egeria (3)


Si trova nel fondovalle, lungo la riva sinistra dell'Almone. L'edificio consiste attualmente in un grande ambiente rettangolare, con una nicchia centrale nella parete di fondo e tre nicchie più piccole che si aprono sulle pareti laterali. Questo ambiente è sopravanzato da un avancorpo con due vani laterali, anch’essi ornati da nicchie. La muratura è in opus mixtum. L'interno era riccamente rivestito di marmi: le pareti erano di Verde antico, un marmo pregiato proveniente dalla Tessaglia, mentre il pavimento era di Serpentino, un porfido d'intenso colore verde proveniente dalla Grecia.
Le nicchie erano rivestite in marmo bianco ed infine, tra esse e la volta, vi era una fascia decorata con mosaici.

La statua acefala del dio Almone nella nicchia di fondo

L'ambiente centrale è coperto da una volta a botte, sulla quale aderiva uno strato di pietra pomice allo scopo di far attecchire il capelvenere. Dalla nicchia di fondo, dove ancora è collocata una statua acefala della divinizzazione del fiume Almone distesa su un fianco e dove è ancora visibile il segno lasciato da un'altra statua - probabilmente raffigurante la ninfa Egeria (3) - oggi scomparsa, sgorgava l'acqua della fontana. L'acqua era incanalata in tubature di terracotta e scendendo lungo le pareti formava giochi d'acqua nelle nicchie laterali arricchite a loro volta da altre statue; inoltre l'umidità condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall'alto, rendeva l'ambiente fresco e suggestivo.


Nel complesso i marmi verdi del pavimento e delle pareti, con la volta coperta di capelvenere che lasciava gocciolare l'acqua condensata, dovevano dare l'idea un po' barocca di grotta artificiale, dove Erode Attico poteva recarsi nei periodi di calura estiva per passeggiare al fresco chiacchierando e banchettando piacevolmente con i suoi ospiti.
Il ninfeo si affacciava originariamente sul fiume con un quadriportico, oggi non più conservato, che delimitava una piscina rettangolare di raccolta, che a sua volta si immetteva in un più vasto bacino lacustre, da identificare forse nel Lacus Salutaris noto dalle fonti antiche, in cui confluivano le acque del fiume Almone.

Il ninfeo di Egeria in un'incisione di Giovanni Battista Piranesi del 1766
In alto sullo sfondo si nota raffigurata la chiesa di sant'Urbano (Tempio di Cerere e Faustina) 

Scavi recenti hanno messo in luce una fase di restauro dell'edificio, originariamente fatto costruire da Erode Attico, che risale probabilmente alla costruzione della residenza suburbana di Massenzio.
Nel '600 il ninfeo ospitò una osteria mentre nel secolo successivo venne trasformato in lavatoio.


La cisterna nei pressi della chiesa di Sant'Urbano (5)


Si tratta di un edificio che all'esterno appare rettangolare (m. 21,4 x 8,6) mentre all'interno le pareti dei lati corti sono semicircolari; in origine era incassato nel terreno, e per questo costruito in scaglie di selce senza paramento (opus signinum) con uno spessore di 60 cm. Il pavimento è in cocciopesto, la volta è a due spioventi che formano un angolo quasi retto.

L'interno della cisterna

Sopra la volta il tetto era originariamente piano, ma vi fu costruito in un secondo tempo un muro perimetrale che infatti aderisce male; questa sopraelevazione deve essere stata eretta poco dopo la fondazione dell'edificio, visto che la tecnica edilizia è la stessa del resto della costruzione. L'insieme permette di datare l'edificio ai primi anni dell'impero (44 a.C.-40 d.C.)
E' molto probabile che lo sbancamento del terreno circostante, che portò la cisterna allo scoperto, sia avvenuto al tempo dell'imperatore Massenzio (305-312) per prelevare i materiali con cui realizzare la grande piattaforma su cui poggiano il circo e il Palazzo; i blocchi di tufo che si vedono ai piedi della cisterna devono essere stati collocati dopo lo sbancamento, per rinforzare la base dell'edificio.


La cisterna-ninfeo (12)

 
La cosiddetta Cisterna-Ninfeo si trova sul versante opposto della valle, a pochi metri dall'ingresso di Largo Pietro Tacchi Venturi. Era in realtà un serbatoio, alimentato da un acquedotto o da un serbatoio più grande. La struttura presenta una pianta rettangolare di metri 7,10 x 9.15, rivestita di cortina laterizia, ed è conservata per un’altezza massima di m. 3.50 circa. La copertura originaria è crollata ed era costituita da una volta a botte. La tecnica edilizia è riferibile al III sec.



La parte sud-orientale è caratterizzata da una sistemazione monumentale costituita da quattro pilastri aggettanti, uniti da tre archi.
Su entrambi i lati brevi erano presenti aperture per l’accesso all’interno della cisterna, realizzate in età moderna quando il manufatto fu usato come abitazione.


La cisterna-fienile (13)

 
Si tratta di un ambiente a pianta rettangolare costruito con laterizi di reimpiego e materiali moderni, al di sopra della vasca di una cisterna romana in opera cementizia in scaglie di lava, di m. 14 x 5.5. Si ipotizza che la cisterna facesse parte della villa romana di tarda età repubblicana - che presenta attività  edilizie chesi protraggono fino al IV sec.- i cui resti si trovano nell’area del Casale Tarani, situato in via Carlo de Bildt.
 
 
Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, nel corso dei lavori di ristrutturazione del Casale Tarani, la struttura fu trasformata in fienile dalla famiglia Torlonia, proprietaria della tenuta della Caffarella, in particolare fu costruito il piano superiore come deposito per il foraggio secco.
 
 
Note:
 
(1) Nel lessico amministrativo romano, il termine pago indicava una circoscrizione rurale posta al di fuori delle mura cittadine.
 
(2) Il fiume prende il nome da un giovane e focoso cortigiano del re Latino che fu il primo italico a cadere nella guerra combattuta dai nativi contro i troiani di Enea (Eneide, Libro VII, vv. 531-534). Ha quindi un carattere sacro giacchè legato alle origini mitiche della città eterna. A partire dal 204 a.C. inoltre, nelle sue acque il 27 marzo di ogni anno si svolgeva il rito purificatorio della Lavatio Matris Deum. Come descritto da Ovidio (Fasti, Libro IV, vv. 335-340), la statua della dea Cibele (la Magna Mater), custodita nel tempio a lei dedicato sul Palatino, veniva condotta in processione fino al punto dove l' Almone confluiva nel Tevere, qui il sacerdote supremo la immergeva e lavava, asciugandola e cospargendola di cenere. La cerimonia si tenne fino al 380 quando i riti pagani furono proibiti dall'Editto di Tessalonica promulgato da Teodosio I.
 
(3) La leggenda vuole che Egeria - una delle quattro ninfe Camene - fu prima amante e successivamente moglie di Numa Pompilio che consigliò e guidò nella promulgazione delle leggi. Nelle Metamorfosi (Libro XV) Ovidio racconta che alla morte del re la ninfa fu colta da disperazione tale che non smetteva più di piangerlo, sì che Diana, commossa, la trasformò in fonte.

Bertel Thorvaldsen, Numa Pompilio conversa con la ninfa Egeria nella sua grotta
bassorilievo in gesso, 1792
Thorvaldsen Museum, Copenaghen